sabato 5 aprile 2025
martedì 1 aprile 2025
PER INIZIARE...
Più ore di sole, temperature miti, il risveglio della natura intorno a noi: l’arrivo della primavera è il momento giusto per ricaricare le energie dopo i rigori dell’inverno.
Eppure, come tutti i cambi di stagione, può essere un momento problematico per molti. Da un punto di vista fisiologico, l’aumento delle ore di luce e anche dell’intensità dell’irraggiamento solare innesca un aumento della produzione di cortisolo, il famigerato ormone dello stress, che può essere alla base di molti sintomi frequenti in questo periodo: episodi di insonnia, nervosismo, sbalzi di umore, difficoltà di concentrazione e anche un senso di spossatezza fisica e psicologica.
Un ottimo rimedio per combattere lo stress, recuperare le energie e rimettersi in forma è sicuramente praticare lo yoga. Questa antica disciplina, il cui nome in sanscrito significa unione, ha lo scopo di connettere corpo e psiche e utilizza per questo le posizioni, la respirazione e la meditazione.
Dal punto di vista fisico, la pratica dello yoga rinforza muscoli e ossa di tutti i distretti corporei e migliora la flessibilità di articolazioni e tendini.
Lavorando anche sull’equilibrio corporeo, migliora la postura e la coordinazione, aiutando a risolvere disagi comuni come il mal di schiena. Infine, ha anche effetti positivi sull’apparato cardiocircolatorio: agendo come antistress, contribuisce ad abbassare il battito cardiaco e la pressione sanguigna.
Ma ci sono numerosi benefici anche dal punto di vista mentale: la respirazione e le posizioni assunte nella pratica inducono il rilassamento, riducono ansia e tensione e aiutano a entrare in uno stato di benessere e concentrazione. L’esercizio costante aiuta la concentrazione e la consapevolezza interiore, aumenta la capacità di gestire le emozioni senza lasciarsi travolgere.
Energia in equilibrio
Lo yoga è perfetto, quindi, per recuperare le energie e far sì che la primavera sia un momento di rinascita fisica e mentale.
La bella stagione è insomma un ottimo momento per cominciare a praticarlo!
😉
sabato 15 marzo 2025
SATYA
Sutra II,36: Satyapratisthayam kriyaphalasrayatvam. ‘Una volta che lo stato di verità è stato permanentemente stabilito, tutto quel che si dice si realizzerà perché si dice solo quel che è vero.’
Il secondo degli Yama, SATYA, viene comunemente tradotto come ‘Verità’. La parola sanscrita ha in sé un significato molto profondo. Infatti la radice ‘sa’ significa ‘vera essenza’, ‘vera natura’, mentre ‘ya’ sta per ‘essere’ (= incarnare la verità). Il sanscrito è una lingua vibrazionale, quindi una parola è molto di più di un’etichetta, racchiudendo l’essenza stessa della parola. In fede a ciò, la parola ‘sat’ assume il significato di ‘immutabile’, ‘senza distorsioni’.
Vivere secondo il principio di Satya significa sia vivere in armonia con la nostra vera essenza, ma anche imparare a vedere la realtà senza distorsioni. Non è quindi un comandamento, non è semplicemente ‘non mentire’. Il percorso dello hatha yoga ci porta sempre a considerare la relazione col corpo e con la nostra verità esistenziale.
Sovente ci identifichiamo con i nostri pensieri, con le nostre emozioni oppure ci identifichiamo con l’idea che gli altri hanno di noi, dimenticandoci di chi siamo realmente.
Vivere con onestà nei propri confronti significa prendere atto delle emozioni che stiamo vivendo, senza identificarci con esse. E’ normale sentirsi arrabbiati, frustrati, tristi… anche quando noi proviamo determinate sensazioni, ricordiamoci che noi non siamo l’emozione. Le emozioni, così come i pensieri, sono mutabili, cambiano. Ciò che rimane immutabile nel tempo è la nostra essenza (l’atman).
Integrare la verità nella nostra vita significa prendere coscienza di chi siamo e smettere di adeguarci a un ruolo, di seguire uno schema mentale imposto dall’esterno. Significa cominciare a vivere la nostra vita, senza preoccuparci del giudizio o opinioni altrui. Significa anche rallentare, fare spazio all’interno della nostra mente.
Una volta che abbiamo imparato ad essere onesti con noi stessi, possiamo estendere la verità nelle relazioni con gli altri.
L’onestà è alla base di ogni relazione sana, forte e stabile. Essere sinceri con il prossimo ha diverse sfaccettature. Innanzitutto significa essere trasparenti e mostrare la nostra vera natura.
Significa anche non mentire all’altra persona, non storpiare l’accaduto, ma limitarsi a riportare i fatti accaduti. Su questo punto però bisogna chiarire che dire la verità è necessario solo quando non si arreca danno all’altro (in caso contrario si andrebbe in contrasto con Ahimsa) . Qualora essere onesti possa urtare o ferire l’altro, allora è preferibile agire con compassione e non fare/dire nulla.
Portare più verità nella nostra vita è un modo per vivere meglio non solo le relazioni con gli altri, ma anche e soprattutto è un modo per instaurare una relazione più sana con noi stessi.
Satya nell’approccio alla pratica yoga
Il principio di verità può essere esteso anche alla pratica di Yoga. Spesso quando pratichiamo ci lasciamo travolgere dall’Ego, per cui diventa più importante l’esecuzione di una determinata posizione fisica piuttosto che il rispetto del nostro corpo e dei nostri limiti.
Nello Yoga non esiste competizione e il punto di arrivo non è l’esecuzione perfetta dell’asana. Il punto di arrivo, semmai, è la scoperta del nostro Sè, che avviene anche attraverso il corpo. Così come non dobbiamo usare violenza (himsa) durante la pratica, forzando il nostro corpo a rimanere in una determinata posizione, non dobbiamo neanche mentire a noi stessi. Quando una posizione è particolarmente difficile e dolorosa, facciamo un passo indietro. Proviamo ad allentarla, riconosciamo onestamente e apertamente che quello è il nostro limite.
Di base, anche in questo caso, è importante ascoltare se stessi e chiederci ad esempio se in un determinato momento della nostra giornata il nostro corpo ci richiede una pratica più rilassante o al contrario, ha bisogno di energizzarsi e quindi di dedicarsi ad una pratica più intensa. Ben diverso da questo è il nutrire aspettative, proiettare nel nostro schermo mentale l’immagine di una nostra performance ideale, il voler riprodurre a tutti i costi l’asana acrobatica raffigurata in una rivista o catturata sul web (magari sul profilo Instagram di un’avvenente e snodatissima fanciulla!). Torniamo ‘a noi’ in questo caso, alla nostra verità nel momento presente e a come ci sentiamo davvero, senza proiezioni.
Ma se il sovraccaricarsi di aspettative è nocivo e annulla i benefici della pratica anche il sottostimarci è errato. Quando ci consideriamo ‘principianti’ e continuiamo a ripetercelo (atteggiamento pertanto lodevole se questo ci porta ad assumere sempre un atteggiamento di umiltà e di disposizione all’apprendimento) stiamo però attenti a non cullarci nell’idea di non progredire mai e di non metterci mai alla prova per pigrizia, preferendo rimanere sempre in una zona ‘comfort’ di sicurezza e di abitudine. Anche in questo caso non siamo totalmente onesti con noi stessi perché magari potremmo fare di più, ma abbiamo paura di sondare territori inesplorati e magari incorrere in delusioni (altre proiezioni mentali).
Ansia da prestazione o al contrario senso di orgoglio per essere ‘più bravi’ coinvolgono nuovamente l’Ego e il suo atteggiamento giudicante, mentre quando si è veramente concentrati e la mente è focalizzata su quello che si sta facendo, non rimane spazio, nè tempo, nè voglia, per fare paragoni con altri o proiettare immagini di un nostro io ideale quanto fallace, non veritiero.
Non ci sarà allora frustrazione, nè senso di inadeguatezza, nè esaltazione dell’ego, e ogni piccolo miglioramento, ci riempirà di gioia come fosse una grande conquista, e di fatto lo è, perché sono i più piccoli cambiamenti che costruiscono i più grandi risultati.
Alcuni spunti per una pratica dedicata a Satya
Per una pratica dedicata a Satya proporrei uno schema che tenesse conto di questi elementi:
- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Satya
- Inviterei a porre attenzione alla propria interiorità, al proprio stato d’animo e a focalizzare l’attenzione sulle reazioni, fisiche ed emotive, causate dalla tenuta di un asana. Richiamerei frequentemente alla presenza e ad una osservazione onesta di sé.
- Lavorerei in particolare con i piegamenti in avanti che hanno un particolare effetto sul sistema nervoso e aiutano a placare l’attività compulsiva della mente. Andare ‘in chiusura’ verso noi stessi (pensiamo alla posizione di Paschimottanasana) portando in connessione la parte superiore del corpo con quella inferiore significa anche portare a contatto i chakra superiori con quelli inferiori, la nostra parte più spirituale con quella più materiale e ci da l’occasione per entrare in contatto con il nostro bambino interiore, con il centro della nostra energia emotiva.
Personalmente trovo le posizioni di flessione in avanti molto favorevoli alla centratura in noi stessi, all’ascolto della nostra voce interiore più profonda. Chinare il capo inoltre ha anche la valenza simbolica di abbandonare ciò che non ci appartiene per ricercare la nostra autenticità.
- Lavorerei anche su posizioni che vadano a stimolare il 5° chakra e jalandhara bandha.
Vishuddha che significa purificazione, è la sede della comunicazione; stimolare questo chakra e liberare la sua energia ci consente di esprimere la nostra verità con le parole e con le azioni.
- In conclusione: Mudra del ‘Sat Kriya’ (o Kali mudra) e mantra SAT NAM.
Un gesto semplice ma molto potente che favorisce l’eliminazione di tutto ciò che non serve più e purifica corpo, mente ed emozioni da tossine, impurità, stati d’animo e pensieri che semplicemente appesantiscono il nostro essere.
Per le donne: intrecciare le dita tenendo stesi gli indici e incrociando il pollice sinistro sul destro.
Per gli uomini: invertire la posizione delle dita, sempre gli indici sono stesi e a contatto. Il pollice destro si incrocia sul sinistro.
‘Siedi sui talloni e allunga le braccia sopra la testa, pronuncia mentalmente o a voce alta il mantra ‘Sat Nam’ più volte (inspira su ‘Sat’, espira su’ Nam’). Lascia andare e permetti al flusso della gioia di scorrere liberamente dentro di te, ascolta la tua verità interiore..’
SAT NAM … Agisco ‘nel nome della Verità’..
mercoledì 5 febbraio 2025
AHIMSA
Sutra II,35: Ahimsapratisthayam tatsannidhau vairatyagah. ‘Una volta che una condizione di durevole non-violenza è stata stabilita, qualsiasi ostilità intorno cesserà’
“Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, AHIMSA è proprio il primo ‘precetto’ degli Yama negli Yoga Sutra di Patanjali. Il termine sanscrito Ahimsa è composto dalla negazione ‘a’, 'non' e ‘himsa’, forma desiderativa del verbo 'han' 'uccidere, nuocere'.
Tradizionalmente Ahimsa indica pertanto l’assenza del desiderio di nuocere o danneggiare in alcun modo qualunque essere vivente e non solo con le proprie azioni, ma anche con i pensieri, i desideri e le parole. Da qui si intuisce che il principio di Ahimsa va dunque ben oltre la traduzione letterale di ‘non uccidere’, poiché implica un atteggiamento globale, onnicomprensivo, di rispetto e valorizzazione di ogni essere. E’ possibile infatti applicare questo principio ad un luogo, ad un animale, ad un oggetto, ad una persona, ad un’ azione: tutto va trattato con rispetto e con cura, ogni cosa va fatta con dedizione e attenzione.
Praticare Ahimsa è pertanto il primo dovere morale dello yogi che si dispone a contrastare ogni forma di violenza: quella fisica in primis; guerra, aggressività e collera sono solo alcune delle sue manifestazioni. Nuocere ad un’altra persona intenzionalmente costituisce una forma di violenza che nuoce alla mente e al corpo arrecando danni non solo alla vittima, ma anche a colui che compie l’azione e ai suoi testimoni. C’è poi la violenza verbale: possiamo causare diverse ferite attraverso ciò che diciamo. Ogni nostra parola, anche quando detta con buone intenzioni, è potenzialmente dannosa per chi ci ascolta. La parola è un dono e l’abilità nel parlare richiede maestria. Quando utilizziamo questo dono con l’intenzione di ferire il prossimo, commettiamo una violenza. Le parole infatti, non solo trasferiscono un’idea ma hanno anche la capacità di stimolare un tipo di reazione emotiva piuttosto che un’altra, smuovere energie che in alcuni casi possono condizionare e disturbare profondamente il nostro interlocutore. Quando comunichiamo è dunque importante fare attenzione a ciò che trasmettiamo all’altro e a come lo facciamo. In questo senso anche il tono della voce può essere indice di un nostro atteggiamento di avversione, in un linguaggio corporeo che va al di là del contenuto verbale. Ancora una volta è necessario mettere cura e consapevolezza in ciò che facciamo. Ahimsa ci invita quindi a moderare, ad aggentilire il linguaggio, sia nei toni che nei contenuti.
C’è poi la violenza emotiva: desiderare il male di qualcuno è una grande forma di violenza che equivale ad una maledizione e colpisce sia la persona che utilizza questa forma di violenza causandole agitazione e negatività, sia la persona alla quale è diretta e che potrebbe effettivamente vedere indebolito il proprio potere e diventare vulnerabile. E sentimenti negativi quali invidia, rancore, gelosia, finiscono per nuocere primariamente chi continua ad alimentarli e proiettarli all’esterno. Ahimsa ci dice di non cadere in tutto ciò perché tutto ciò appartiene all’ Ego, a quella parte mutevole e impermanente da cui lo yogi deve disidentificarsi per entrare in contatto con la sua vera essenza.
Persino mangiare viene vista dallo yogi come una forma di violenza allorchè ci nutriamo utilizzando risorse che erano vive e anche se questo è talvolta inevitabile per la nostra sopravvivenza, è anche vero che spesso mangiamo più di quanto sia necessario per garantirci una buona salute. E’ bene perciò mangiare solo ciò che ci serve per mantenerci sani, puliti e leggeri. Molte persone nel mondo mangiano più del necessario a causa dello stress che è conseguenza dello stile di vita che conducono. Possiamo cambiare questa abitudine solo se troviamo calma e quiete all’interno di noi stessi. Anche mangiare vegetariano implica una violenza minore rispetto a cibarsi di carne, considerando che oggigiorno i metodi di allevamento degli animali sono spesso violenti e poco rispettosi delle norme. Naturalmente in quanto essere umani abbiamo la necessità di nutrirci ma possiamo farlo nel miglior modo possibile, facendo scelte appropriate e rispettose della natura e dell’ambiente.
In sintesi, Ahimsa è cura e rispetto, di noi stessi, del nostro prossimo, dell’ambiente che ci circonda. Ci spinge alla gentilezza, all’amorevolezza, all’apertura verso gli altri.
Ahimsa nell’approccio alla pratica yoga
Come tradurre quindi Ahimsa nella pratica yoga?
La 'non violenza' può essere vista in questo contesto come l'osservanza di una forma di GENTILEZZA rivolta non solo all'esterno di noi, ma anche e in primo luogo verso noi stessi, verso il nostro corpo. Occorre infatti sottolineare l'importanza della gentilezza nell'approcciarsi ad una postura yoga di cui dovremmo innanzitutto sempre tenere presente le qualità che la rendono diversa da qualunque posizione di ginnastica o esercizio fisico. Queste qualità sono essenzialmente due: stabilità e comodità (‘sthira’ e ‘sukha’ YS II,46). Un asana dovrebbe essere mantenuto in modo stabile e comodo ovvero senza sforzo eccessivo, e per questo occorrerà, col tempo, identificare le parti del corpo che effettivamente lavorano per il mantenimento della posizione e cercare di rilassare tutte le altre. Così si risparmierà energia e l’asana potrà essere mantenuto in modo confortevole ed ottenerne i maggiori benefici. (YS II,47 [Ciò si ottiene] con il rilassamento dello sforzo e l'immedesimazione con l'infinito)
Nella pratica yoga Ahimsa significa quindi rispettare i nostri limiti e abbandonare il giudizio. Soprattutto verso se stessi.
A questo proposito inserisco anche un’annotazione personale. Proprio di recente il mio corpo mi ha dato la possibilità di mettere in pratica ahimsa costantemente durante la mia pratica personale. Da mesi soffro di una forma acuta di irrigidimento nella zona scapolo-acromiale della spalla sinistra (la cosiddetta sindrome da spalla congelata) per cui ho difficoltà ad extra-ruotare il braccio e ancora di più ad avvicinare le scapole tra loro. All’inizio di questo ‘malanno’ ho passato un momento di profondo scoramento. Certe posizioni diventavano improvvisamente ostiche e dolorose, lo sono tutt’ora, e il mio atteggiamento mentale ed emotivo di rifiuto si traduceva in un irrigidimento fisico ancora più marcato. Non potevo più ‘fare’ Ustrasana ad esempio, dopo che finalmente dopo tanto mi era sembrato di riuscire a padroneggiare la posizione. Questo mi causava grande frustrazione. E imbarazzo, allorchè volendo mostrare alle mie allieve come si entrava in questo asana, dovevo per forza mostrare la mia disabilità e il mio impedimento. Ahimsa mi è venuta in soccorso. Ho colto l’occasione per sorridere della mia rigidità con le allieve e sottolineare anche a loro l’importanza dell’accettazione dei propri limiti. Ho sottolineato l’importanza di interpretare il disagio ed il dolore come segnali inequivocabili che ci mostrano quando non è il caso di forzare una posizione, ho mostrato come una variante più soft può essere comunque efficace e come sia determinante porsi in ascolto in modo amorevole verso il proprio corpo, impegnandoci in un asana senza voler arrivare a tutti i costi alla perfetta posizione finale.
E quindi, anche sulla mia pelle, ho imparato che l’accettazione dei propri limiti, la costanza e la gradualità della pratica yoga sono elementi imprescindibili in un cammino yogico e che spesso occorre dialogare con il proprio ego e zittirlo nel momento in cui sopravvengono pensieri del tipo ‘guarda come sono rigido’, ‘non è possibile che non riesca a piegarmi più di così’, ‘non ci riuscirò mai’..
Sono spesso proprio questi pensieri, questi ‘vortici’ mentali i maggiori responsabili di una disaffezione alla pratica. Lo yoga ci insegna invece ad abbandonarli in favore di un ascolto rispettoso del proprio corpo verso cui dimostrare comunque e sempre gratitudine, sia quando ci indica le nostre potenzialità, sia quando ci mostra i nostri limiti.
Con la pratica e la giusta dose di determinazione e di gentilezza sarà proprio il nostro corpo ad aprirci la strada verso posture sempre più sciolte e benefiche.
Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Ahimsa
Volendo dedicare una pratica yoga ad Ahimsa, la si potrebbe strutturare coinvolgendo molteplici aspetti:
- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Ahimsa.
- L’apertura del Cuore. Lavorerei in particolare su posizioni di apertura e quindi di estensioni, per contattare e lavorare maggiormente Anahata, il 4° chakra, favorendo una disposizione d’animo ‘gentile’ e amorevole verso noi stessi ed il prossimo.
Le parti anatomiche maggiormente coinvolte quindi tutta la parte alta del torace, ma anche le braccia, le spalle (spesso contraiamo la zona dei trapezi quando reprimiamo emozioni o siamo sotto stress).
- Sottolineerei più volte durante la pratica l’importanza dell’ascolto del proprio corpo, nell’osservazione attenta del proprio battito cardiaco, del ritmo respiratorio, delle tensioni muscolari. A tal proposito si potrebbe chiedere di allentare la posizione (se non scioglierla) qualora si avvertisse di essere arrivati al proprio limite. Oppure di arrestarsi poco prima di raggiungerlo e rimanere in attesa per esperire ‘cosa può fare l’asana per noi’.
- Raggiunta la staticità di un asana sarebbe importante cercare di esperire il ‘rilassamento nello sforzo’ e inviterei pertanto l’allievo a contattare e sciogliere le tensioni muscolari laddove non siano necessarie.
- In una pratica del genere potrebbe essere utile anche avvalersi di supporti, intesi a semplificare e rendere più approcciabili anche asana che ci appaiono troppo ostici o intensi.
- Pranayama. Proporrei un pranayama gentile utilizzando Padma Mudra, il mudra del Loto: portando le mani all’altezza del cuore inviterei a distanziare le dita sull’inspiro e ad unirle sull’espiro, osservando una respirazione spontanea e tranquilla.
- Mantra. Per concludere, a fine pratica potrebbe essere appropriato ripetere alcune volte il seguente mantra: ‘LOKAH SAMASTAH SUKHINO BHAVANTU’ - che tutti gli esseri dell'universo possano essere felici – ed evocare e rivolgere un sentimento di profonda gratitudine verso noi stessi e il nostro corpo e verso i compagni con i quali si ha condiviso la pratica.
sabato 25 gennaio 2025
YAMA: VIVERLI SUL TAPPETINO PER UNA PRATICA PIU' CONSAPEVOLE
Afferma B.K.S. Iyengar in “Teoria e pratica dello Yoga” :
“Senza stabili fondamenta una casa non può reggersi. Senza la pratica dei principi di yama e niyama, che pongono stabili fondamenta alla formazione del carattere, non può esistere una personalità completa. La pratica degli asana senza il sostegno di yama e niyama è semplice acrobazia.”
Questo passo, forse più di altri, mi ha spinto a voler approfondire in primis lo studio di YAMA, primo degli otto rami dell’Ashtanga Yoga descritto da Patanjali negli ‘Yoga Sutra’, e a rapportarlo all’ambito più concreto della pratica yoga: l’esperienza di Asana.
Amando la traduzione nella pratica di concetti filosofici (e nello specifico la trasposizione nella pratica sul tappetino), approfondire lo studio di Yama mi ha fornito anche l’occasione per comprendere meglio cosa sia davvero yoga (e cosa non lo è).
Patanjali d’altronde ce lo rammenta fin da subito: se nel secondo sutra del Samadhi Pada egli definisce lo yoga come ‘la sospensione delle fluttuazioni della mente’ (yogas citta vrtti nirhodah), nel dodicesimo sutra dello stesso libro ci spiega che la ‘nirodhizzazione’ delle vritti si ottiene per mezzo di una pratica continua (abhyasa) e per mezzo del distacco, dell’assenza di desideri (vairagya).
Ma come si traduce questo 'distacco' nella nostra pratica giornaliera? In questo ambito vairagya diventa un distaccarsi dalla forma, dall’obiettivo, è il dissociarsi dall’idea che nella pratica stiamo facendo un esercizio solo fisico e dobbiamo raggiungere una posizione perfetta.
Yoga Sutra ci invita invece ad esercitare il non attaccamento al corpo, a non idolatrarlo in quanto il corpo rappresenta solo l’aspetto più esteriore di un asana.
Forse risulta un po’ difficile sostenere questa tesi nell’ambiente dello hatha yoga moderno ed occidentale, perché nella maggior parte dei nostri centri la mentalità e le abitudini sembrano spesso essere diverse.
Gli studenti di yoga (soprattutto quelli intermedi ed avanzati, e talvolta anche gli insegnanti!) non resistono alla tentazione di vedere gli asana come una sfida. Forse non c’è niente di male in questo perché è sempre necessario mettersi alla prova, non fare di più di quello che si è in grado di fare, ma nemmeno di meno, altrimenti prevale la pigrizia. Tuttavia, credo sia molto facile cadere nella logica tutta occidentale del ‘fare’: fare la pratica, fare gli asana, fare il pranayama, fare meditazione, fare cinque minuti di sirsasana, ecc.
In una pratica matura degli asana si dovrebbe forse superare il concetto del ‘fare’ per chiedersi che cosa ‘fanno’ gli asana per noi: e qui si aprono molte risposte ed anche molti interrogativi.
Praticare gli asana tenendo presente Yama significa non identificarsi con le proprie fluttuazioni mentali, ma porsi in ascolto con la massima onestà ed equanimità possibile: equilibrare il lato destro e il sinistro, la parte anteriore e quella posteriore, la parte volitiva e quella pigra, la parte onesta e quella che vorrebbe ‘rubare’ energia.
Ma cosa e quali sono gli Yama?
Considerati come dei veri e propri principi etici che hanno lo scopo di migliorare il modo di comportarsi del sadhaka, il praticante, verso se stesso e verso gli altri, astenendosi dal compiere azioni nocive, possono essere tradotti anche come ‘astinenze’, ‘astensioni’.
Sono in tutto cinque: ahimsa, satya, asteya, brahmacharya, aparigraha (la non-violenza, l’attenersi alla Verità, il non desiderare cose altrui, la continenza e l’assenza di desiderio di possesso).
Mi piacerà considerarli singolarmente, tracciando per ognuno una sintesi generale, contestualizzandone i significati della tradizione, rapportandoli al nostro mondo di vivere quotidiano per poi, in un momento successivo, rapportarli alla pratica sul tappetino.
Che è dove mi interessa più portarli ora.. 😉
martedì 17 dicembre 2024
OM
OM... è il mantra per eccellenza, il "Bija mantra"
I mantra sono suoni a servizio della mente: MAN = mente, TRA= proteggere, liberare.
Da cosa libera e protegge il mantra? Dall'accavallarsi continuo e ripetuto di pensieri e desideri che finiscono con l'appesantire la nostra mente e produrre stress.
La vibrazione prodotta del suono OM ha un effetto calmante sul sistema nervoso.
La frequenza di questo mantra è 432 Hz, la stessa che ritroviamo in qualunque cosa nella natura, ecco perchè pronunciare questo mantra ci connette fisicamente e simbolicamente a tutti gli esseri dell'universo.
Dalla tradizione yogica è considerato il "suono primordiale": si pensa che prima della creazione della materia ci fosse questo suono e che per questo motivo racchiuda in se tutte le energie che hanno permesso la formazione dell'universo.
Personalmente trovo questa versione "cantata" del mantra estremamente utile a rilassarsi e a liberare la mente... buon ascolto.
giovedì 14 novembre 2024
I GUERRIERI nello YOGA
In uno dei miei post precedenti dicevo dell’importanza di dedicare gentilezza verso noi stessi, verso il nostro corpo, ascoltandone i suggerimenti durante la pratica yoga. Tale gentilezza non va certo confusa con la passività.. Nello yoga vi sono alcune posture (asana) in particolare che oltre ad apportare notevoli benefici fisici hanno anche l’effetto di vivificare la nostra determinazione e un poco anche la nostra fierezza. Sto parlando della serie dei “guerrieri”: Virabhadrasana 1, 2, 3 e Viparita Virabhadrasana (il guerriero inverso).
Personalmente inserisco quasi
sempre queste posizioni nella mia pratica quotidiana… innanzitutto perché mi
piacciono molto e poi perché trovo che mi trasmettano vigore, energia e persino
po’ di sana fierezza (femminile!) :-) Insomma il guerriero latente in ognuno di noi, con queste
posizioni viene evocato, richiamato dal nostro subconscio, dal nostro "sottosuolo" (e parlo di sottosuolo non a caso, come vedremo in seguito).
La figura del Guerriero nello
yoga peraltro è molto importante e denso di significato se consideriamo che
Arjuna, protagonista della “Bhagavad Gita” assieme a Krishna, è proprio un
guerriero. E di fronte alle incertezze e all'angoscia che lo assalgono nel momento incombente
della battaglia (dovrà usare la forza persino su familiari ed amici…) sarà
proprio Krishna a rammentargli che combattere è il suo dovere, la sua missione su questa terra, e realizzare la sua natura di combattente significa anche assecondare il piano divino.
Tanto sarebbe da aggiungere e non
mi addentro su tutti i significati simbolici e sui temi di un testo tanto ricco ed
importante...
Ma guerriero è anche Virabhadra,
figura della mitologia induista, nato dalla furia di Shiva (la cui ira è sempre
poco raccomandabile) il quale, nell’apprendere
della morte della sua Shakti, dalle alture dell'Himalaya presso cui dimora strappa e scaglia verso terra uno dei suoi caratteristici
ricci che va a penetrare nel sottosuolo. Ecco però che per volere dello stesso Shiva, da questa ciocca emerge un uomo, Virabhadra, che si dimostrerà un valoroso e temibile combattente.
Le posizioni di Virabhadra che ci ricordano di mantenere attivo e ben presente tutto il corpo,
possono così anche raccontarci di un mito oltrechè infonderci fierezza e determinazione.
E questa la sequenza che mi piace eseguire e proporre ricordando anche il significato delle singole asana:
Le posizioni di Virabhadra che ci ricordano di mantenere attivo e ben presente tutto il corpo,
possono così anche raccontarci di un mito oltrechè infonderci fierezza e determinazione.
E questa la sequenza che mi piace eseguire e proporre ricordando anche il significato delle singole asana:
Virabhadrasana 1: "Il guerriero si erge dal suolo"
Virabhadrasana 2: "Il guerriero sguaina la spada e mira al suo obiettivo"
Viparita Virabhadrasana: "il guerriero carica il colpo chiamando a raccolta la propria forza"
lunedì 7 ottobre 2024
L'ALBERO DELLO YOGA
Lo Yoga paragona gli esseri umani agli alberi. Gli alberi possiedono l’energia della terra e del cielo.
Le radici degli alberi raggiungono le profondità di nostra madre terra, ne assorbono la sapienza e l’energia vitale, i loro rami si protendono alti verso la luce, trasformando quell’energia in forza creativa.
Questi insegnanti delle foreste mostrano agli uomini come equilibrare le energie maschili e femminili presenti in ognuno.
Tramite il loro esempio possiamo imparare a dare e a ricevere.
Gli alberi sono fermamente radicati nella terra e si protendono verso il cielo con i rami, mostrando agli esseri umani come essere ponti tra i mondi sensibili e ultrasensibili.
lunedì 30 settembre 2024
YOGA PER ME
Che cos’è quello spazio che si crea sul tappetino durante una pratica? Per me è entrare in un tempio, ritrovare l’unione (yoga), la connessione con la mia essenza. Non occorre necessariamente farlo mettendosi a testa in giù o assumendo posizioni complicate, a quelle ci si può avvicinare con il tempo e con dolcezza quando il nostro corpo vorrà sentirsi ancora più sciolto e si sentirà curioso di sperimentare ulteriormente. Anche pochi gesti, posizioni semplici ma tenute con presenza, ci possono condurre all’unione, allo yoga. Presenza, ascolto, una mente calma se non silente. Meditazione in movimento.. meditazione nella staticità.. Presenza, essenza.
Questo è lo yoga per me.
Questo è lo yoga per me.
lunedì 2 settembre 2024
YOGA IS MY BEST FRIEND
Oggi riprendo Yoga. Questa sera lezione promozionale al centro e questo basta per riconciliarmi con il mio "vecchio" e prezioso amico. Come in un rapporto di amicizia consolidato ci sono talvolta dei periodi di silenzio e di allontanamento che non pregiudicano però il legame.
A volte anzi ho proprio bisogno di staccare, di allentare la presa, di interrompere la routine (sì sembra proprio che parli di un rapporto sentimentale!) per poi vivacizzare e rinnovare un rapporto.
Così rieccomi, istruttrice e yogini sempre in divenire, desiderosa di trasmettere la mia passione ed il mio entusiasmo per questa disciplina.
A stasera amico mio!
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