Afferma B.K.S. Iyengar in “Teoria e pratica dello Yoga” :
“Senza stabili fondamenta una casa non può reggersi. Senza la pratica dei principi di yama e niyama, che pongono stabili fondamenta alla formazione del carattere, non può esistere una personalità completa. La pratica degli asana senza il sostegno di yama e niyama è semplice acrobazia.”
Questo passo, forse più di altri, mi ha spinto a voler approfondire in primis lo studio di YAMA, primo degli otto rami dell’Ashtanga Yoga descritto da Patanjali negli ‘Yoga Sutra’, e a rapportarlo all’ambito più concreto della pratica yoga: l’esperienza di Asana.
Amando la traduzione nella pratica di concetti filosofici (e nello specifico la trasposizione nella pratica sul tappetino), approfondire lo studio di Yama mi ha fornito anche l’occasione per comprendere meglio cosa sia davvero yoga (e cosa non lo è).
Patanjali d’altronde ce lo rammenta fin da subito: se nel secondo sutra del Samadhi Pada egli definisce lo yoga come ‘la sospensione delle fluttuazioni della mente’ (yogas citta vrtti nirhodah), nel dodicesimo sutra dello stesso libro ci spiega che la ‘nirodhizzazione’ delle vritti si ottiene per mezzo di una pratica continua (abhyasa) e per mezzo del distacco, dell’assenza di desideri (vairagya).
Ma come si traduce questo 'distacco' nella nostra pratica giornaliera? In questo ambito vairagya diventa un distaccarsi dalla forma, dall’obiettivo, è il dissociarsi dall’idea che nella pratica stiamo facendo un esercizio solo fisico e dobbiamo raggiungere una posizione perfetta.
Yoga Sutra ci invita invece ad esercitare il non attaccamento al corpo, a non idolatrarlo in quanto il corpo rappresenta solo l’aspetto più esteriore di un asana.
Forse risulta un po’ difficile sostenere questa tesi nell’ambiente dello hatha yoga moderno ed occidentale, perché nella maggior parte dei nostri centri la mentalità e le abitudini sembrano spesso essere diverse.
Gli studenti di yoga (soprattutto quelli intermedi ed avanzati, e talvolta anche gli insegnanti!) non resistono alla tentazione di vedere gli asana come una sfida. Forse non c’è niente di male in questo perché è sempre necessario mettersi alla prova, non fare di più di quello che si è in grado di fare, ma nemmeno di meno, altrimenti prevale la pigrizia. Tuttavia, credo sia molto facile cadere nella logica tutta occidentale del ‘fare’: fare la pratica, fare gli asana, fare il pranayama, fare meditazione, fare cinque minuti di sirsasana, ecc.
In una pratica matura degli asana si dovrebbe forse superare il concetto del ‘fare’ per chiedersi che cosa ‘fanno’ gli asana per noi: e qui si aprono molte risposte ed anche molti interrogativi.
Praticare gli asana tenendo presente Yama significa non identificarsi con le proprie fluttuazioni mentali, ma porsi in ascolto con la massima onestà ed equanimità possibile: equilibrare il lato destro e il sinistro, la parte anteriore e quella posteriore, la parte volitiva e quella pigra, la parte onesta e quella che vorrebbe ‘rubare’ energia.
Ma cosa e quali sono gli Yama?
Considerati come dei veri e propri principi etici che hanno lo scopo di migliorare il modo di comportarsi del sadhaka, il praticante, verso se stesso e verso gli altri, astenendosi dal compiere azioni nocive, possono essere tradotti anche come ‘astinenze’, ‘astensioni’.
Sono in tutto cinque: ahimsa, satya, asteya, brahmacharya, aparigraha (la non-violenza, l’attenersi alla Verità, il non desiderare cose altrui, la continenza e l’assenza di desiderio di possesso).
Mi piacerà considerarli singolarmente, tracciando per ognuno una sintesi generale, contestualizzandone i significati della tradizione, rapportandoli al nostro mondo di vivere quotidiano per poi, in un momento successivo, rapportarli alla pratica sul tappetino.
Che è dove mi interessa più portarli ora.. 😉
