Sutra II,37: Asteyapratisthayam sarvaratnopasthanam. ‘Quando l'onestà è ben consolidata, ogni genere di gemma si presenta spontaneamente di fronte allo yogi’.
ASTEYA, il terzo dei 5 principi di Yama, letteralmente significa ‘non rubare’, tuttavia il significato di questo precetto va al di là della semplice appropriazione indebita di qualcosa che non ci appartiene. Infatti, il termine si riferisce anche a non desiderare di appropriarsi di cose altrui. Il desiderio di appropriazione diventa spesso la causa principale della nostra sofferenza. Quando le cose (o le persone!) diventano oggetto del nostro desiderio di possesso, sviluppiamo senso di attaccamento e aspettative che ci distolgono da ciò che conta realmente: l’accettazione incondizionata del Sé, la consapevolezza della sua pienezza e della sua integrità.
In questo senso Asteya significa quindi essere grati per ciò che siamo veramente, senza caricarci di ruoli culturalmente imposti, e accettare gli altri per quello che sono, senza desiderare di cambiarli per adattarli alla nostra visione della vita o a un ruolo imposto dalla società.
Ma in quali altri modi, più o meno inconsapevolmente, ‘sottraiamo’, ‘rubiamo’ agli altri e a noi stessi?
Sottraiamo la vita all’animale quando ce ne cibiamo, sottraiamo risorse alla Terra quando la sfruttiamo all’eccesso, la disboschiamo, la inquiniamo... (e qui Asteya va di pari passo con Ahimsa opponendosi ad un consumismo smodato e alla mancanza di rispetto ambientale).
Sottraiamo energia agli altri quando richiediamo la loro costante attenzione (diventando veri e propri ‘vampiri energetici’) o quando riversiamo all’esterno i nostri malumori influenzando anche lo stato d’animo di chi ci è vicino.
Sottraiamo energia al nostro corpo quando lo sottoponiamo a diete ferree poco salutari o ad esercizi fisici di estrema intensità inseguendo modelli fisici imposti dall’esterno di noi.
La derubiamo a noi stessi quando diventiamo preda di costante preoccupazione e ansia, sempre rivolti ad un futuro che ancora non esiste, privandoci dello spazio per godere della pienezza del momento presente, della pace e della gioia che potremmo esperire non turbati da “agitazioni mentali’.
Derubiamo energia e salute a noi stessi anche ogni qualvolta il nostro sguardo si rivolge al di fuori di noi per desiderare, magari con invidia, ciò che non ci appartiene (un particolare status sociale, beni di lusso, un aspetto da copertina...) volendo emulare modelli ideali di vita e alimentando l’idea che ‘l’erba del vicino è sempre più verde’.
E’ una forma di furto anche il plagio, l’utilizzo improprio o senza permesso delle conoscenze e del sapere di altre persone...
Come si può vedere i casi in cui diventiamo possibili artefici di ‘furto’ sono molteplici e non così estranei alla nostra quotidianità. Anche in questo caso Patanjali ci esorta ad osservare con cura i nostri comportamenti e a vivere una vita più in linea con i principi dello yoga, accontentandoci di ciò che possediamo, conducendo una vita senza eccessi e coltivando la gratitudine e la presenza.
Yogasutra ci insegna infatti che quando impariamo a mettere in pratica Asteya, potremo in modo naturale fare l’esperienza dell’abbondanza e ricevere dalla natura il meglio di ogni cosa.
Rafforzando il senso morale attraverso l’osservazione dei nostri pensieri, sentimenti, emozioni, evitando di macchiare la coscienza anche con le forme più sottili di appropriazione indebita, otteniamo la chiave di svolta per la trasformazione, ed è allora che ‘tutti i gioielli ed i tesori si presentano allo Yogi’.
Asteya nell’approccio alla pratica yoga
Se Asteya ci conduce a coltivare l’intenzione di essere onesti nella relazione con la vita che ci circonda, ad accettare ciò che siamo, nella pratica dell’hatha yoga ciò si traduce primariamente nel vedere la bellezza del nostro corpo così com’è, dato che anch’esso è espressione della natura e di quell’energia primordiale che vive in noi. Applichiamo Asteya, l'onestà nel saper accettare veramente quello che si è, ricercando la Verità dentro di noi. Lo sguardo in questo caso è rivolto alla nostra interiorità, concentrato, e non si lascia distrarre dagli stimoli esterni.
Quando durante la nostra pratica volgiamo lo sguardo al di fuori di noi spesso perdiamo questa concentrazione, ma cosa ancora più grave, finiamo per confrontarci con gli altri e a cadere nella trappola dell’emulazione. Ecco che in questo senso praticare insieme ad altri, comporta anche degli ostacoli, che se non ponderati bene, rischiano di allontanarci dallo spirito dello yoga.
Forse dovuto all’educazione scolastica che abbiamo ricevuto, più o meno tutti abbiamo la sensazione di dover ‘essere bravi’ per ottenere qualche risultato, è quindi troppo facile lasciarsi prendere dalla tensione di voler far subito tutto e bene. In questo caso è fondamentale ricordarsi che lo yoga anche nella sua parte più fisica della pratica degli asana, è un processo in costante divenire e per superare certe limitazioni e tensioni che si sono magari formate in tanti anni, è indispensabile procedere in modo progressivo e rispettoso delle caratteristiche individuali.
La tendenza a guardare e a paragonarsi ad altri è dannosa e se nello sport può avere un senso, nella pratica dello yoga la competizione non dovrebbe trovare posto, perchè porta a vivere una contraddizione che conduce molto distante dall’essenza stessa di questa disciplina.
Per contro, esiste un altro aspetto da considerare indesiderabile ai fini di una buona pratica: lo scoraggiamento o il senso di inferiorità che a volte deriva quando l’istinto alla competizione è stato frustrato dal paragone con altri o da inutili autocritiche.
Che fare in questo caso? Occorre riportare lo sguardo dall’esterno all’interno di noi, concentrandoci durante la pratica sul nostro spazio interiore, ascoltando il nostro
corpo e i suoi messaggi per adeguare ad essi la pratica.
Anche seguire il ritmo del respiro che accompagna i gesti ci aiuta ad accedere alla nostra dimensione più interiore e ad esplorare con curiosità le possibilità, e con rispetto i limiti.
E’ quindi importante anche durante la nostra pratica sul tappetino ‘non desiderare ciò che non ci appartiene’ (la ‘performance’ del vicino di tappetino ad esempio) portando saldamente il nostro sguardo solo alla nostra persona, e in particolare alla nostra interiorità.
Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Asteya
Nel considerare una pratica dedicata ad Asteya mi verrebbe naturale considerare questi elementi:
- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Asteya
- Favorirei la presenza e la focalizzazione sul momento presente. Lo sguardo dell’allievo verrebbe ricondotto spesso ad un Drishti, un punto fisso. Attraverso di esso infatti si riesce più facilmente ad ‘isolarsi’ e si può condurre la visione più facilmente verso il proprio mondo interiore. In questo modo è più semplice ascoltare i segnali del corpo, i pensieri, le emozioni e non lasciarsi fuorviare dal paragone con altri.
- Anche per questo motivo lavorerei soprattutto con le posizioni di equilibrio: risultano infatti molto utili per monitorare la ‘direzione’ della nostra mente, quando si tende a volgere lo sguardo all’esterno di noi (in quel territorio che non ci dovrebbe appartenere) e cadere nella tentazione di confrontarci con i nostri compagni di pratica. A tal proposito è interessante notare che durante l’esecuzione di una posizione come Vrksasana (l’albero) quando l’ego prende il sopravvento, quando subentra la competizione, il giudizio, il confronto, spesso accade che l’equilibrio diventi più precario. Il corpo in questo caso segue la direzione della mente che lo fa vacillare. Ecco che ancora una volta la vritti, il ‘vortice mentale’ ha l’effetto di fuorviare la nostra consapevolezza. Occorre uno sforzo di concentrazione per ricondurla all’interno di noi e farci accettare l’idea di essere nella posizione più giusta per noi in quel momento.
- Utili per ancorare la consapevolezza nel nostro centro e avvertire la ‘pienezza’ del momento presente anche le posizioni di radicamento, che vanno a lavorare su Muladhara, il 1° chakra. Una volta in equilibrio questo chakra ci fa avvertire pienamente la nostra stabilità, la nostra sicurezza e la fiducia in noi stessi. Senza ricercarla al di fuori di noi.
- Nel non voler rubare energia a una parte del corpo rispetto ad un’altra, sarebbe importante fare attenzione al bilanciamento anche durante lo sforzo, equilibrare il lato anteriore e il lato posteriore, il destro ed il sinistro. In posizioni come Adho Mukha portare l’attenzione ad una distribuzione simmetrica ed equilibrata del peso corporeo..
- Anche ricondurre l’attenzione al respiro favorisce la concentrazione e aiuta a rimanere ancorati al momento presente. Una pratica di pranayama come Nadi Shodana in particolare potrebbe essere molto efficace per bilanciare le nostre opposte energie (maschile e femminile, attiva e passiva) e condurci a quell’equilibrio mentale che non ci fa oscillare pericolosamente al di fuori di noi.
- Mudra per un maggiore equilibrio e gratitudine: Anjali Mudra
- Mantra: SAMPRATI HUM
Particolarmente pregno di significato, trovo che questo mantra riassuma molto bene ciò che coltivando la gratitudine siamo in grado di ottenere:
‘Il momento presente è il mio vero io. Non ho bisogno di altro per essere completo; sono integro adesso. Non ho bisogno che questo momento sia altro da quello che è; è abbastanza adesso. Posso fidarmi di me stesso cercando dentro di me ciò che cerco. Essendo qui ed essendo grato ora, mi sento veramente vivo nel momento presente. Posso apprezzare la gioia di essere semplicemente qui’.






