Sutra II,35: Ahimsapratisthayam tatsannidhau vairatyagah. ‘Una volta che una condizione di durevole non-violenza è stata stabilita, qualsiasi ostilità intorno cesserà’
“Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, AHIMSA è proprio il primo ‘precetto’ degli Yama negli Yoga Sutra di Patanjali. Il termine sanscrito Ahimsa è composto dalla negazione ‘a’, 'non' e ‘himsa’, forma desiderativa del verbo 'han' 'uccidere, nuocere'.
Tradizionalmente Ahimsa indica pertanto l’assenza del desiderio di nuocere o danneggiare in alcun modo qualunque essere vivente e non solo con le proprie azioni, ma anche con i pensieri, i desideri e le parole. Da qui si intuisce che il principio di Ahimsa va dunque ben oltre la traduzione letterale di ‘non uccidere’, poiché implica un atteggiamento globale, onnicomprensivo, di rispetto e valorizzazione di ogni essere. E’ possibile infatti applicare questo principio ad un luogo, ad un animale, ad un oggetto, ad una persona, ad un’ azione: tutto va trattato con rispetto e con cura, ogni cosa va fatta con dedizione e attenzione.
Praticare Ahimsa è pertanto il primo dovere morale dello yogi che si dispone a contrastare ogni forma di violenza: quella fisica in primis; guerra, aggressività e collera sono solo alcune delle sue manifestazioni. Nuocere ad un’altra persona intenzionalmente costituisce una forma di violenza che nuoce alla mente e al corpo arrecando danni non solo alla vittima, ma anche a colui che compie l’azione e ai suoi testimoni. C’è poi la violenza verbale: possiamo causare diverse ferite attraverso ciò che diciamo. Ogni nostra parola, anche quando detta con buone intenzioni, è potenzialmente dannosa per chi ci ascolta. La parola è un dono e l’abilità nel parlare richiede maestria. Quando utilizziamo questo dono con l’intenzione di ferire il prossimo, commettiamo una violenza. Le parole infatti, non solo trasferiscono un’idea ma hanno anche la capacità di stimolare un tipo di reazione emotiva piuttosto che un’altra, smuovere energie che in alcuni casi possono condizionare e disturbare profondamente il nostro interlocutore. Quando comunichiamo è dunque importante fare attenzione a ciò che trasmettiamo all’altro e a come lo facciamo. In questo senso anche il tono della voce può essere indice di un nostro atteggiamento di avversione, in un linguaggio corporeo che va al di là del contenuto verbale. Ancora una volta è necessario mettere cura e consapevolezza in ciò che facciamo. Ahimsa ci invita quindi a moderare, ad aggentilire il linguaggio, sia nei toni che nei contenuti.
C’è poi la violenza emotiva: desiderare il male di qualcuno è una grande forma di violenza che equivale ad una maledizione e colpisce sia la persona che utilizza questa forma di violenza causandole agitazione e negatività, sia la persona alla quale è diretta e che potrebbe effettivamente vedere indebolito il proprio potere e diventare vulnerabile. E sentimenti negativi quali invidia, rancore, gelosia, finiscono per nuocere primariamente chi continua ad alimentarli e proiettarli all’esterno. Ahimsa ci dice di non cadere in tutto ciò perché tutto ciò appartiene all’ Ego, a quella parte mutevole e impermanente da cui lo yogi deve disidentificarsi per entrare in contatto con la sua vera essenza.
Persino mangiare viene vista dallo yogi come una forma di violenza allorchè ci nutriamo utilizzando risorse che erano vive e anche se questo è talvolta inevitabile per la nostra sopravvivenza, è anche vero che spesso mangiamo più di quanto sia necessario per garantirci una buona salute. E’ bene perciò mangiare solo ciò che ci serve per mantenerci sani, puliti e leggeri. Molte persone nel mondo mangiano più del necessario a causa dello stress che è conseguenza dello stile di vita che conducono. Possiamo cambiare questa abitudine solo se troviamo calma e quiete all’interno di noi stessi. Anche mangiare vegetariano implica una violenza minore rispetto a cibarsi di carne, considerando che oggigiorno i metodi di allevamento degli animali sono spesso violenti e poco rispettosi delle norme. Naturalmente in quanto essere umani abbiamo la necessità di nutrirci ma possiamo farlo nel miglior modo possibile, facendo scelte appropriate e rispettose della natura e dell’ambiente.
In sintesi, Ahimsa è cura e rispetto, di noi stessi, del nostro prossimo, dell’ambiente che ci circonda. Ci spinge alla gentilezza, all’amorevolezza, all’apertura verso gli altri.
Ahimsa nell’approccio alla pratica yoga
Come tradurre quindi Ahimsa nella pratica yoga?
La 'non violenza' può essere vista in questo contesto come l'osservanza di una forma di GENTILEZZA rivolta non solo all'esterno di noi, ma anche e in primo luogo verso noi stessi, verso il nostro corpo. Occorre infatti sottolineare l'importanza della gentilezza nell'approcciarsi ad una postura yoga di cui dovremmo innanzitutto sempre tenere presente le qualità che la rendono diversa da qualunque posizione di ginnastica o esercizio fisico. Queste qualità sono essenzialmente due: stabilità e comodità (‘sthira’ e ‘sukha’ YS II,46). Un asana dovrebbe essere mantenuto in modo stabile e comodo ovvero senza sforzo eccessivo, e per questo occorrerà, col tempo, identificare le parti del corpo che effettivamente lavorano per il mantenimento della posizione e cercare di rilassare tutte le altre. Così si risparmierà energia e l’asana potrà essere mantenuto in modo confortevole ed ottenerne i maggiori benefici. (YS II,47 [Ciò si ottiene] con il rilassamento dello sforzo e l'immedesimazione con l'infinito)
Nella pratica yoga Ahimsa significa quindi rispettare i nostri limiti e abbandonare il giudizio. Soprattutto verso se stessi.
A questo proposito inserisco anche un’annotazione personale. Proprio di recente il mio corpo mi ha dato la possibilità di mettere in pratica ahimsa costantemente durante la mia pratica personale. Da mesi soffro di una forma acuta di irrigidimento nella zona scapolo-acromiale della spalla sinistra (la cosiddetta sindrome da spalla congelata) per cui ho difficoltà ad extra-ruotare il braccio e ancora di più ad avvicinare le scapole tra loro. All’inizio di questo ‘malanno’ ho passato un momento di profondo scoramento. Certe posizioni diventavano improvvisamente ostiche e dolorose, lo sono tutt’ora, e il mio atteggiamento mentale ed emotivo di rifiuto si traduceva in un irrigidimento fisico ancora più marcato. Non potevo più ‘fare’ Ustrasana ad esempio, dopo che finalmente dopo tanto mi era sembrato di riuscire a padroneggiare la posizione. Questo mi causava grande frustrazione. E imbarazzo, allorchè volendo mostrare alle mie allieve come si entrava in questo asana, dovevo per forza mostrare la mia disabilità e il mio impedimento. Ahimsa mi è venuta in soccorso. Ho colto l’occasione per sorridere della mia rigidità con le allieve e sottolineare anche a loro l’importanza dell’accettazione dei propri limiti. Ho sottolineato l’importanza di interpretare il disagio ed il dolore come segnali inequivocabili che ci mostrano quando non è il caso di forzare una posizione, ho mostrato come una variante più soft può essere comunque efficace e come sia determinante porsi in ascolto in modo amorevole verso il proprio corpo, impegnandoci in un asana senza voler arrivare a tutti i costi alla perfetta posizione finale.
E quindi, anche sulla mia pelle, ho imparato che l’accettazione dei propri limiti, la costanza e la gradualità della pratica yoga sono elementi imprescindibili in un cammino yogico e che spesso occorre dialogare con il proprio ego e zittirlo nel momento in cui sopravvengono pensieri del tipo ‘guarda come sono rigido’, ‘non è possibile che non riesca a piegarmi più di così’, ‘non ci riuscirò mai’..
Sono spesso proprio questi pensieri, questi ‘vortici’ mentali i maggiori responsabili di una disaffezione alla pratica. Lo yoga ci insegna invece ad abbandonarli in favore di un ascolto rispettoso del proprio corpo verso cui dimostrare comunque e sempre gratitudine, sia quando ci indica le nostre potenzialità, sia quando ci mostra i nostri limiti.
Con la pratica e la giusta dose di determinazione e di gentilezza sarà proprio il nostro corpo ad aprirci la strada verso posture sempre più sciolte e benefiche.
Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Ahimsa
Volendo dedicare una pratica yoga ad Ahimsa, la si potrebbe strutturare coinvolgendo molteplici aspetti:
- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Ahimsa.
- L’apertura del Cuore. Lavorerei in particolare su posizioni di apertura e quindi di estensioni, per contattare e lavorare maggiormente Anahata, il 4° chakra, favorendo una disposizione d’animo ‘gentile’ e amorevole verso noi stessi ed il prossimo.
Le parti anatomiche maggiormente coinvolte quindi tutta la parte alta del torace, ma anche le braccia, le spalle (spesso contraiamo la zona dei trapezi quando reprimiamo emozioni o siamo sotto stress).
- Sottolineerei più volte durante la pratica l’importanza dell’ascolto del proprio corpo, nell’osservazione attenta del proprio battito cardiaco, del ritmo respiratorio, delle tensioni muscolari. A tal proposito si potrebbe chiedere di allentare la posizione (se non scioglierla) qualora si avvertisse di essere arrivati al proprio limite. Oppure di arrestarsi poco prima di raggiungerlo e rimanere in attesa per esperire ‘cosa può fare l’asana per noi’.
- Raggiunta la staticità di un asana sarebbe importante cercare di esperire il ‘rilassamento nello sforzo’ e inviterei pertanto l’allievo a contattare e sciogliere le tensioni muscolari laddove non siano necessarie.
- In una pratica del genere potrebbe essere utile anche avvalersi di supporti, intesi a semplificare e rendere più approcciabili anche asana che ci appaiono troppo ostici o intensi.
- Pranayama. Proporrei un pranayama gentile utilizzando Padma Mudra, il mudra del Loto: portando le mani all’altezza del cuore inviterei a distanziare le dita sull’inspiro e ad unirle sull’espiro, osservando una respirazione spontanea e tranquilla.
- Mantra. Per concludere, a fine pratica potrebbe essere appropriato ripetere alcune volte il seguente mantra: ‘LOKAH SAMASTAH SUKHINO BHAVANTU’ - che tutti gli esseri dell'universo possano essere felici – ed evocare e rivolgere un sentimento di profonda gratitudine verso noi stessi e il nostro corpo e verso i compagni con i quali si ha condiviso la pratica.


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