lunedì 23 giugno 2025

APARIGRAHA

Sutra II,39: ‘Aparigrahasthairye janmakathamta sambodhah’. ‘Quando la non possessività è confermata sorge la conoscenza dei ‘come’ e dei ‘quando’ dell’esistenza’.

 


Aparigraha è l’ultimo degli Yama di Patanjali. La parola Aparigraha deriva dal sanscrito ed è formata dalla a, che è una forma di negazione “non”,  pari significa invece ‘tutto attorno’ , mentre ‘graha’ significa ‘afferrare’. La traduzione letterale è quindi ‘non afferrare tutto ciò che ti sta intorno’, mentre il suo significato più sottile è possedere solo ciò che serve per il nostro sostentamento, ovvero non essere avidi o desiderosi di accumulare continuamente beni materiali.

Credo ci sia un motivo per cui Aparigraha arriva proprio per ultimo negli Yama: Ahimsa ci ha insegnato ad amare noi stessi per essere davvero non violenti, Satya ad essere noi stessi e vivere nella verità interiore, Asteya a non desiderare ciò che non ci appartiene e Brahmacharya a onorare la nostra energia e investirla in modo consapevole .

Aparigraha ci insegna che in noi c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno. L’ultimo Yama ci dice che sta a noi la decisione di essere felici. Quando siamo radicati nel godere di ciò che già abbiamo e realizziamo quanto già siamo fortunati, allora, dice Patanjali, ‘sorge una grande conoscenza’. Quando il cultore dello yoga è fermamente radicato nel sé reale, in aparigraha accade la vera conoscenza del ‘perché’ della nostra esistenza. L’idea è che lo yogin che ha raggiunto la serenità e non è più schiavo dei suoi desideri antichi si risvegli alla conoscenza del mistero della vita e comprenda perché è venuto al mondo.

L’ultimo Yama quindi ci porta sempre più vicini a capire noi stessi come ‘totalità’ , non è all’esterno che dobbiamo guardare e ricercare, ma dentro di noi. Patanjali sembra quindi preparare la strada per i 5 Niyama , quegli insegnamenti che regolano il rapporto con noi stessi 

Aparigraha è quindi l’assenza di avarizia, l’assenza del desiderio di possedere le cose. E’ la rinuncia ad acquisire beni perché si riescono a definire in anticipo le complicanze legati al possesso: la fatica di acquisirli, la preoccupazione nel conservarli, la delusione nel vederli svanire.

Più che come un divieto  questo Yama può essere visto quindi come un inno alla GENEROSITA’, un invito a usare solo ciò di cui abbiamo bisogno e a condividere il più possibile con gli altri, lasciando le cose libere di essere utili e di passare di mano in mano a seconda della necessità e del piacere, momento per momento, così come la natura ci insegna.

Tutto questo si traduce anche nel ‘semplificare’ la nostra vita, nel non dissipare troppe energie nel tentativo di accaparrarci quanti più beni  possibili e apprezzare maggiormente la leggerezza che nella nostra esistenza può scaturire dall’assenza di un desiderio spasmodico di ricchezza.

Aparigraha ci induce anche a non rimanere attaccati ad abitudini nocive e ad accettare i cambiamenti che sono inevitabili, in un atteggiamento di apertura e di disponibilità a fluire con l’esistenza senza porre opposizioni o freni.

E ancora, ad un livello più profondo, aparigraha può essere un monito a non ancorarci a certe situazioni per le quali continuiamo a provare rabbia o rancore, ad esempio. Ad un livello emotivo il perdono, il lasciare andare un’ emozione nociva o un sentimento di dipendenza ossessiva verso una persona, in questo senso creano spazio per una maggiore leggerezza interiore.

In conclusione ridurre l’attaccamento alle cose materiali, aiutare il prossimo, vivere la preziosità del momento ed esperire l’abbondanza e la completezza dell’Essere, riempiono il cuore di gioia. Del resto, essere posseduti dal possesso e la convinzione che la felicità venga dalle cose esterne o dalle altre persone, è una grande follia. 


Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga

Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga si traduce essenzialmente in non attaccamento al risultato: ancora una volta Patanjali ci invita ad esercitare il non attaccamento nel rapporto con il nostro corpo perché esso è solo l’aspetto esteriore di un asana: esaltarlo, quindi, significa sviluppare un attaccamento che sarà fonte di sofferenza futura. Dobbiamo osservare il nostro corpo, ma consci che il nostro rapporto con esso è diverso da quello che ha un ginnasta. Il corpo va esercitato con un atteggiamento distaccato, senza avere aspettative, senza giudizi, senza progettare abilità future. E anche qualora diventassimo capaci di posizioni mirabolanti, dovremo essere in grado di non esaltarci per questo. Quindi aparigraha per il praticante yogi è liberarsi dal desiderio di voler accumulare abilità, di cercare la performance, proiettandosi sui continui risultati, ma semmai ‘vivere più consapevolmente il percorso’.


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Aparigraha

- In una pratica dedicata ad Aparigraha, al lasciare andare, lavorerei in particolare sull’apertura delle anche e del bacino, laddove cioè tendiamo ad accumulare maggiormente le nostre tensioni emotive e dove, specialmente per le donne, si tende ad accumulare più peso. Il Chakra collegato a questa parte del corpo è il secondo, Svadisthana Chakra, e a livello delle anche abbiamo la capacità di lasciare che il nuovo entri nella nostra vita. Abbiamo il potere di creare qualcosa di nuovo, di aprirci alle possibilità e lasciare andare la paura e la resistenza al cambiamento.

L'energia contenuta a questo livello è l'energia creatrice, sono infatti presenti gli organi genitali che permettono la creazione di una nuova vita, e questo nella nostra quotidianità influisce sulla nostra capacità di essere innovativi, entusiasti e positivi verso le novità.

- Anche le estensioni all’indietro, magari da sdraiati e avvalendoci dell’apporto di supporti come cuscini e mattoncini, possono favorire un atteggiamento di arrendevolezza e di apertura. Anche lavorare su Anahata Chakra può essere quindi utile.

- Parlando di distacco dalle cose, dalle persone, dal nostro corpo, possiamo ben intuire che il non attaccamento al ‘vecchio’ (quel che eravamo nel passato) o a certe abitudini difficili da sradicare, necessita di coraggio e consapevolezza. Quando la corazza emotiva inizia a pesarci davvero, il desiderio di leggerezza prende il sopravvento ed è lì che bisogna attingere al coraggio.

Mudra Abhaya in sanscrito significa ‘assenza di paura’, ritengo pertanto sia un mudra che ben si adatta ad aparigraha.

Nella sua realizzazione questo mudra è assai semplice: Il gesto è fatto con la mano destra alzata all'altezza della spalla con il braccio piegato ed il palmo rivolto in avanti.

E’ chiamato anche gesto del coraggio, simboleggia quindi la pace e l’atto di dissipare la paura ad ogni livello.

La mano sinistra si porta sul grembo o sul cuore nel significato di accettazione dei doni che l’universo ci elargisce continuamente.



- Un mantra che può rafforzare l’idea della resa e del lasciare andare può essere invece il seguente OM GAM GANAPATAYE NAMAHA: ‘mi arrendo a te e a tutti gli esseri viventi.’ Si dice sia un mantra molto potente, capace di rimuovere gli ostacoli e di attrarre abbondanza. E’ dedicato a Ganesha ‘Signore degli ostacoli’ e ‘colui che rimuove’.


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