mercoledì 10 settembre 2025

L'allegoria del Carro nelle Upanisad


Il carro del'anima [Dipinto di Bharadraja Dasa]

“La persona saggia, sa usare l’intelligenza per controllare i sensi, come un auriga esperto sa tenere buoni i cavalli… Il passeggero che ha un bravo cocchiere, capace di maneggiare bene le redini del carro, raggiunge il traguardo della vita, la dimora suprema di Visnu.” (Katha Upanisad 1.3.9) 

Conoscendo la metafora del carro possiamo chiederci: “Chi guida il mio carro?” 


LA METAFORA DEL CARRO NELLA KATHA UPANISAD
La metafora del carro nella Katha Upanisad 

giovedì 28 agosto 2025

Gestire i disturbi della perimenopausa e menopausa: yoga e meditazione



È possibile imparare a gestire vampate, insonnia e irritabilità con attività come Yoga e Meditazione? Ecco cosa dicono gli esperti.

Pranayama, cioè imparare a respirare in modo più calmo rispetto al tuo ritmo normale.

È questo uno dei pilastri della meditazione e dello yoga, due attività che vanno a braccetto – non solo perché la seconda contiene in sé la prima – e che tutti possono sperimentare senza controindicazioni. Sono discipline orientali di origine indiana che, anche in occidente e a partire dagli anni settanta, hanno fatto registrare un sempre crescente successo e attrattiva.

Le ragioni sono semplici: lo yoga e la meditazione sono discipline profonde, ampie e rivelatrici che possono offrire alle persone che desiderano immergersi nel mondo meraviglioso della mente e delle sue incredibili capacità molte soddisfazioni.

Lo Yoga e la Meditazione, indipendentemente dall’età, possono aiutarti a:

  • Gestire meglio le tue emozioni
  • Conoscere meglio il tuo corpo e la muscolatura profonda
  • Comprendere i meccanismi di azione-reazione, sia emotivi che fisici
  • Ritrovare un equilibrio interiore
  • Allentare le tensioni muscolari e migliorare la circolazione grazie alla componente di esercizio fisico leggero ma progressivo

Considerando che tutti i disturbi della perimenopausa/menopausa sono generati sia da una componente fisica (le variazioni dei livelli di ormoni) ma possono essere più o meno severi in maniera dipendente dalla parte emotiva e percettiva del nostro cervello, queste discipline possono migliorare l’impatto dei disturbi sulla tua vita quotidiana.

Stili di yoga differenti e controllo del corpo e del respiro

Se si dovesse provare a definire lo yoga, potremmo dire che si tratta un incontro tra il corpo, la mente e lo spirito (yuj in sanscrito significa “unire” ed è la radice della parola yoga) per ritrovare un perfetto equilibrio.

Dunque l’obiettivo di questa disciplina, che si basa su respiro, postura e mantra, è quello di ristabilire un centro, un equilibrio tra mente e corpo che porti al benessere diffuso e generalizzato. Il benessere genera una maggiore disponibilità di energie e questo riporta naturalmente al massimo le nostre potenzialità.

È come quei giorni in cui ti senti particolarmente piena di forze. Lo yoga ti svela qual è il “trucco” per raggiungere questo stato e farlo permanere più a lungo possibile, accogliendo tutti i cambiamenti che il tuo corpo e il tuo spirito attraversano specialmente nella fase di perimenopausa e menopausa.

Ecco perché se è da un po’ che ti senti giù di tono, specie perché stai sperimentando i disturbi della perimenopausa, puoi provare con uno dei diversi stili di yoga che esistono e dei quali ti offriamo qui di seguito una panoramica. Tieni a mente che, come suggeriscono i maestri, puoi scegliere lo stile in base ai tuoi obiettivi personali ma è fondamentale che tu ti rivolga a insegnanti qualificati in grado di comprendere le tue basi di partenza e invitarti a sperimentare i movimenti in base alle tue capacità.

Hatha Yoga

Iniziamo da quel che viene inteso come la base dello yoga e che comprende una serie di esercizi che rinforzano la muscolatura e che allenano alla respirazione diaframmatica, cioè profonda, necessaria anche per imparare la meditazione.

Si basa sul concetto della dualità delle energie che ciascuno di noi ha in sé: l’energia maschile e quella femminile, lo Yin e lo Yang. Queste due tensioni differenti devono convivere in equilibrio. Secondo gli yogi accade che se l’una prevale sull’altra si generano stati di non-benessere: nervosismo e agitazione sono sintomo che la Pingala, cioè l’energia maschile, ha preso il sopravvento. Se invece ci sentiamo apatiche e stanche, è Ida, l’energia femminile, che sta prevalendo.

È assai simile a tutto ciò che succede nel corpo in perimenopausa, quando scendono i livelli di estrogeni – componente tipicamente femminile –  

Attraverso l’Hatha Yoga e i suoi esercizi fisici, leggeri ma da fare con intensità e concentrazione, è possibile ristabilire questo equilibrio e ritrovare il benessere.

Ashtanga Yoga

La maggior parte dei corsi di yoga è basato su questo stile. Ashtanga Yoga attraversa gli otto rami dello yoga (Ashtanga significa letteralmente “otto”) ed è uno stile impegnativo e molto dinamico. Si basa sulla combinazione tra respiro controllato ed esecuzione di Asana in serie, cioè di esercizi fisici codificati e definiti che man, mano che aumenta l’allenamento rendono il corpo più elastico e dinamico, contribuendo a allentare lo stress e aumentare l’energia vitale.

Moltissimi di questi esercizi fisici sono stati poi introdotti anche in altre discipline per cui non ti sarà difficile ritrovare posture o sequenze che hai conosciuto facendo pilates o altre discipline aerobiche in palestra, specie durante la fase di stretching.

La sequenza di movimenti dell’Ashtanga è concatenata tanto che ogni posizione è legata a quella successiva da movimenti di passaggio anch’essi codificati. La lezione si conclude con un mantra, cioè con una formula verbale che viene ripetuta come una sorta di cantilena. In realtà si tratta di un’àncora, di un aggancio mentale che è in grado di fare da riferimento, una vera e propria “scorciatoia per la mente”: è difficile ricordare un momento senza riferimenti sensoriali (udito, vista, etc) mentre il mantra può diventare la puntina che regge sulla lavagna un gran numero di informazioni.

Ad esempio, se hai problemi di insonnia o hai difficoltà a prendere sonno, potrebbe diventare interessante, anziché accendere la TV o guardare il telefono, metterti distesa e ripetere il mantra che ti riporta alla situazione di calma e serenità che avevi alla fine del tuo ciclo di esercizi. Lo yoga forse non ti farà addormentare, ma eviterà lo scatenarsi del circolo vizioso che si innesca con la difficoltà a prendere sonno e che può condurre a nervosismo, irritabilità e ansia.

Vinyasa Yoga 

Fondato e diffuso all’inizio degli anni ’70, è uno yoga molto dinamico che riscuote un discreto successo anche nelle palestre.

Il dinamismo che contraddistingue la Vinyasa Yoga consente di sbloccare le contrazioni fisiche volontarie. Il movimento interviene sui centri della termoregolazione, scioglie i muscoli, favorisce la circolazione sanguigna e libera le tossine.

Kundalini Yoga

Se pensi allo yoga forse la prima immagine è quella di una persona seduta a gambe incrociate, con le mani in posizione di meditazione, gli indici e i pollici delle mani che si toccano e gli occhi chiusi. Forse nella tua immaginazione quella donna pratica proprio il kundalini. Le posizioni statiche sono infatti più proprie di questo stile di yoga che combina tecniche di meditazione, rilassamento e respirazione.

Le posizioni dello yoga kundalini vengono tenute per più tempo, fino a 3-5 minuti con un’attenzione particolare alla respirazione e al pensiero che dovrebbe fermarsi, rallentare, in sinergia con il ritmo dei respiri. Non è detto che siano posizioni facili, bisogna fare pratica e allenarsi, ma un buon maestro può instradarti verso questa disciplina.

Il kundalini agisce positivamente sul sistema nervoso centrale e periferico. Rilassa la muscolatura riducendo così stress e tensioni, permette un migliore controllo della propria emotività e migliora il senso di benessere generale. Aiuta ad avere una mente libera, lucida nonché più reattiva nelle decisioni. Ancora, quello che viene chiamato “lo yoga della consapevolezza” ha un potente effetto distensivo della muscolatura.

La meditazione aiuta a sfruttare la potenza della mente

Abbiamo detto che una componente dello yoga è la meditazione. Si tratta di una forma di concentrazione su sé stessi che non è affatto estranea alla nostra cultura. Una forma di meditazione è, infatti, la preghiera cristiana ed è presente persino nelle opere di Platone, nell’esistenzialismo, nello stoicismo e in molte altre correnti filosofiche nate e sviluppatesi nel nostro Vecchio Continente.

La meditazione ci appartiene, è propria dell’uomo, non di una certa cultura o società. È insita nell’essere umani e non ha confini territoriali, né culturali.

La meditazione è un’arma pacifica contro stress, ansia, paura e rabbia, contro dolore e tensione e può aiutare a ritrovare la serenità nel tuo “qui e ora”, cioè nel tempo presente. La meditazione ti aiuta a lasciare andare i pensieri e le preoccupazioni e prova a rimettere in ordine i “pesi” delle cose nella tua vita. La meditazione è conoscenza di sé, è esplorazione, è curiosità, è coscienza e consapevolezza.

Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato e supportato l’efficacia della meditazione nella gestione del dolore, delle dipendenze, degli stati di ansia, depressione, per gli attacchi di panico o altri disturbi, compresi quelli della perimenopausa e menopausa.

Ciò che chi pratica la meditazione sa, è che la mente può esercitare un forte controllo sulle emozioni. Può esserne origine e coacervo, può esserne amplificatore o sedativo, può esserne amica o nemica. Siamo noi a scegliere queste strade e grazie alla meditazione possiamo farlo con maggiore capacità, potenza e decisione. Al punto, da poter tenere a bada le emozioni anche quando queste sono sintomi di cambiamenti in atto nel tuo organismo. Ci riferiamo, in particolare, alla perimenopausa.

Vantaggi dello yoga e della meditazione sui disturbi della perimenopausa

Il fine della meditazione non è liberare la mente – spiega la dottoressa Richa Sood, specializzata in salute della donna alla Mayo Clinic (USA) – ma diventare “osservatore” dell’attività della propria mente, imparando a prendersi cura di sé stessi. Dopo si impara a creare una sorta di pausa, a prendere un respiro profondo e osservare il proprio spazio, i propri pensieri e le proprie emozioni senza giudizio. Il risultato può aiutare ad abbassare il livello di stress“.

Per queste ricerche, la dottoressa Sood ha seguito 1700 donne, fra i 40 e i 65 anni di età per 24 mesi durante i quali queste donne hanno praticato la meditazione (con o senza yoga). Durante questi mesi di pratica sono stati somministrati dei questionari di valutazione sui disturbi della menopausa che stavano attraversando: ansiastress, sbalzi d’umore e depressione. Allo stesso tempo, dovevano indicare quali progressi avevano fatto nel percorso di mindfulness.

I risultati hanno dimostrato che le partecipanti che avevano raggiunto i livelli più alti nella tecnica di meditazione erano anche quelle che lamentavano meno le ripercussioni psicologiche della menopausa. 

La ricerca non ha riguardato altri disturbi vasomotori, come vampate o sudorazioni notturne, ma sicuramente la pratica di un’attività come lo yoga che contiene in sé anche esercizi fisici, può aiutare molto.

sabato 26 luglio 2025

IDA e PINGALA



Alla base dell’HathaYoga ci sono la fisica e la fisiologia, l’universo (macrocosmo), con essenza, forma, suono e colore, si proietta nello yogin (microcosmo). L’energia cosmica definita come energia vitale scorre lungo innumerevoli e impercettibili canali, chiamati Nadi.

 Lo Yoga ci parla di 72.000 canali energetici minori, nei quali scorre l’energia, all’interno del nostro corpo. Su questi canali agisce il Pranayama, inteso non come tecnica di controllo del respiro ma come consapevolezza dell’esistenza di un movimento respiratorio che porta a lavorare a livello più sottile e che ha la sua origine dentro di noi, grazie all’azione di Shakti, il principio femminile. Sperimentiamo il respiro nel corpo, ma sappiamo che l’attività respiratoria non è del corpo, così come non appartiene al mondo esterno: il respiro è un’attività propria dell’individuo.

Talvolta alcuni di questi canali si bloccano e possiamo sperimentarlo attraverso la consapevolezza di un blocco o di una tensione. La pratica dello yoga ci insegna, lavorando a livello di corpo fisico, respiratorio, energetico e mentale, a purificare anche gli aspetti più sottili per ritrovare uno stato equilibrato.

Tra questi innumerevoli canali, se ne contano tre principali, Ida, Pingala e Sushumna Nadi. Hanno origine nel bulbo (Kanda) alla base della colonna e risalgono lungo il tronco con un andamento sinuoso, incrociandosi tra loro sei volte, in corrispondenza dei centri energetici chiamati Chakra, fino a sfociare nella narice destra (Pinagala nadi) e nella narice sinistra (Ida Nadi). Sushumna, il canale mediano, invece prosegue fino alla sommità del capo (in Brahma-randra).

Ida Nadi è connessa con la polarità femminile e la luna, mentre Pingala Nadi è collegata alla polarità maschile e al Sole.

La parola Hatha, che accompagna la nostra pratica di unione (Yoga) è composta da due suoni:

Ha + Tha.

  • Ha può essere riferito a Pingala Nadi (canale destro, maschile – sole)
  • Tha può essere riferito a Ida Nadi (canale sinistro, femminile – luna).

Lo Hatha Yoga mette l’accento sull’equilibrio tra Ha e Tha, in modo che, riequilibrando questi aspetti, il canale di mediano Sushumna si possa aprire, favorendo il passaggio del Prana.

L’antica via dello Yoga, propone di entrare in contatto con la propria polarità di base, maschile o femminile e con i suoi aspetti complementari, presenti in ognuno di noi.

In India, ci sono due Tradizioni principali: la Tradizione Vedica e la Tradizione Tantrica, due correnti che si sono influenzate reciprocamente.

La Tradizione Vedica si occupa maggiormente di come raggiungere uno stato illuminato e rimanerci (Sat Cit Ananda). Si trova inoltre nel Vedanta il concetto di unità: Advaita Vedanta, una realtà che elimina la dualità (maschile – femminile), per riconoscere solo l’Uno.

La Tradizione Tantrica ha sviluppato soprattutto il concetto di Moksha, cioè come raggiungere l’emancipazione finale, la liberazione, concetto poi integrato nelle Upanishad. Nella Tradizione Tantrica troviamo accentuato il concetto di dualità (maschile e femminile) : Shiva è la parte maschile e Shakti è la parte femminile.

Nella letteratura dello yoga si trovano vari termini che indicano cocnetti opposti, come per esempio:

  • Shiva – Shakti.
  • soggetto – oggetto.
  • chiusura – apertura
  • occultamento e rivelazione
  • Prasava – Pratiprasava, evoluzione e involuzione;
  • luce – tenebra
  • caldo – freddo
  • umido – asciutto
  • chiarore – oscurità
  • vincere – perdere
  • Prana – Apana
  • Ida – Pingala
  • Surya – Chandra

Anche in Patanjali  si trova il concetto di dualità con il termine Dvanda, che indica gli opposti.

“Tato Dvandva Anabhighatah” (P.Y.S. II-48)

La tensione tra le dualità scompare” in riferimento alla pratica di Asana.

 


 

 

lunedì 23 giugno 2025

APARIGRAHA

Sutra II,39: ‘Aparigrahasthairye janmakathamta sambodhah’. ‘Quando la non possessività è confermata sorge la conoscenza dei ‘come’ e dei ‘quando’ dell’esistenza’.

 


Aparigraha è l’ultimo degli Yama di Patanjali. La parola Aparigraha deriva dal sanscrito ed è formata dalla a, che è una forma di negazione “non”,  pari significa invece ‘tutto attorno’ , mentre ‘graha’ significa ‘afferrare’. La traduzione letterale è quindi ‘non afferrare tutto ciò che ti sta intorno’, mentre il suo significato più sottile è possedere solo ciò che serve per il nostro sostentamento, ovvero non essere avidi o desiderosi di accumulare continuamente beni materiali.

Credo ci sia un motivo per cui Aparigraha arriva proprio per ultimo negli Yama: Ahimsa ci ha insegnato ad amare noi stessi per essere davvero non violenti, Satya ad essere noi stessi e vivere nella verità interiore, Asteya a non desiderare ciò che non ci appartiene e Brahmacharya a onorare la nostra energia e investirla in modo consapevole .

Aparigraha ci insegna che in noi c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno. L’ultimo Yama ci dice che sta a noi la decisione di essere felici. Quando siamo radicati nel godere di ciò che già abbiamo e realizziamo quanto già siamo fortunati, allora, dice Patanjali, ‘sorge una grande conoscenza’. Quando il cultore dello yoga è fermamente radicato nel sé reale, in aparigraha accade la vera conoscenza del ‘perché’ della nostra esistenza. L’idea è che lo yogin che ha raggiunto la serenità e non è più schiavo dei suoi desideri antichi si risvegli alla conoscenza del mistero della vita e comprenda perché è venuto al mondo.

L’ultimo Yama quindi ci porta sempre più vicini a capire noi stessi come ‘totalità’ , non è all’esterno che dobbiamo guardare e ricercare, ma dentro di noi. Patanjali sembra quindi preparare la strada per i 5 Niyama , quegli insegnamenti che regolano il rapporto con noi stessi 

Aparigraha è quindi l’assenza di avarizia, l’assenza del desiderio di possedere le cose. E’ la rinuncia ad acquisire beni perché si riescono a definire in anticipo le complicanze legati al possesso: la fatica di acquisirli, la preoccupazione nel conservarli, la delusione nel vederli svanire.

Più che come un divieto  questo Yama può essere visto quindi come un inno alla GENEROSITA’, un invito a usare solo ciò di cui abbiamo bisogno e a condividere il più possibile con gli altri, lasciando le cose libere di essere utili e di passare di mano in mano a seconda della necessità e del piacere, momento per momento, così come la natura ci insegna.

Tutto questo si traduce anche nel ‘semplificare’ la nostra vita, nel non dissipare troppe energie nel tentativo di accaparrarci quanti più beni  possibili e apprezzare maggiormente la leggerezza che nella nostra esistenza può scaturire dall’assenza di un desiderio spasmodico di ricchezza.

Aparigraha ci induce anche a non rimanere attaccati ad abitudini nocive e ad accettare i cambiamenti che sono inevitabili, in un atteggiamento di apertura e di disponibilità a fluire con l’esistenza senza porre opposizioni o freni.

E ancora, ad un livello più profondo, aparigraha può essere un monito a non ancorarci a certe situazioni per le quali continuiamo a provare rabbia o rancore, ad esempio. Ad un livello emotivo il perdono, il lasciare andare un’ emozione nociva o un sentimento di dipendenza ossessiva verso una persona, in questo senso creano spazio per una maggiore leggerezza interiore.

In conclusione ridurre l’attaccamento alle cose materiali, aiutare il prossimo, vivere la preziosità del momento ed esperire l’abbondanza e la completezza dell’Essere, riempiono il cuore di gioia. Del resto, essere posseduti dal possesso e la convinzione che la felicità venga dalle cose esterne o dalle altre persone, è una grande follia. 


Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga

Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga si traduce essenzialmente in non attaccamento al risultato: ancora una volta Patanjali ci invita ad esercitare il non attaccamento nel rapporto con il nostro corpo perché esso è solo l’aspetto esteriore di un asana: esaltarlo, quindi, significa sviluppare un attaccamento che sarà fonte di sofferenza futura. Dobbiamo osservare il nostro corpo, ma consci che il nostro rapporto con esso è diverso da quello che ha un ginnasta. Il corpo va esercitato con un atteggiamento distaccato, senza avere aspettative, senza giudizi, senza progettare abilità future. E anche qualora diventassimo capaci di posizioni mirabolanti, dovremo essere in grado di non esaltarci per questo. Quindi aparigraha per il praticante yogi è liberarsi dal desiderio di voler accumulare abilità, di cercare la performance, proiettandosi sui continui risultati, ma semmai ‘vivere più consapevolmente il percorso’.


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Aparigraha

- In una pratica dedicata ad Aparigraha, al lasciare andare, lavorerei in particolare sull’apertura delle anche e del bacino, laddove cioè tendiamo ad accumulare maggiormente le nostre tensioni emotive e dove, specialmente per le donne, si tende ad accumulare più peso. Il Chakra collegato a questa parte del corpo è il secondo, Svadisthana Chakra, e a livello delle anche abbiamo la capacità di lasciare che il nuovo entri nella nostra vita. Abbiamo il potere di creare qualcosa di nuovo, di aprirci alle possibilità e lasciare andare la paura e la resistenza al cambiamento.

L'energia contenuta a questo livello è l'energia creatrice, sono infatti presenti gli organi genitali che permettono la creazione di una nuova vita, e questo nella nostra quotidianità influisce sulla nostra capacità di essere innovativi, entusiasti e positivi verso le novità.

- Anche le estensioni all’indietro, magari da sdraiati e avvalendoci dell’apporto di supporti come cuscini e mattoncini, possono favorire un atteggiamento di arrendevolezza e di apertura. Anche lavorare su Anahata Chakra può essere quindi utile.

- Parlando di distacco dalle cose, dalle persone, dal nostro corpo, possiamo ben intuire che il non attaccamento al ‘vecchio’ (quel che eravamo nel passato) o a certe abitudini difficili da sradicare, necessita di coraggio e consapevolezza. Quando la corazza emotiva inizia a pesarci davvero, il desiderio di leggerezza prende il sopravvento ed è lì che bisogna attingere al coraggio.

Mudra Abhaya in sanscrito significa ‘assenza di paura’, ritengo pertanto sia un mudra che ben si adatta ad aparigraha.

Nella sua realizzazione questo mudra è assai semplice: Il gesto è fatto con la mano destra alzata all'altezza della spalla con il braccio piegato ed il palmo rivolto in avanti.

E’ chiamato anche gesto del coraggio, simboleggia quindi la pace e l’atto di dissipare la paura ad ogni livello.

La mano sinistra si porta sul grembo o sul cuore nel significato di accettazione dei doni che l’universo ci elargisce continuamente.



- Un mantra che può rafforzare l’idea della resa e del lasciare andare può essere invece il seguente OM GAM GANAPATAYE NAMAHA: ‘mi arrendo a te e a tutti gli esseri viventi.’ Si dice sia un mantra molto potente, capace di rimuovere gli ostacoli e di attrarre abbondanza. E’ dedicato a Ganesha ‘Signore degli ostacoli’ e ‘colui che rimuove’.


lunedì 19 maggio 2025

BRAHMACHARYA

Sutra II,38: ‘Brahmacaryapratisthayam viryalabhah’. ‘Quando il praticante è fermamente stabile nella continenza, conoscenza, vigore, valore ed energia fluiscono in lui’. 

 


Negli Yogasutra di Patanjali, Brahmacharya è il quarto degli Yama.

Letteralmente significa ‘vivere in Dio’, (‘camminare attivamente con la verità assoluta’) anche se spesso viene tradotto come il ‘controllo degli impulsi sessuali’.

‘Sentire il Divino in ogni momento della nostra vita’: la parola Brahmacharya deriva dalla parola sanscrita Brahman, che rappresenta la realtà ultima e la forza divina creatrice dell’universo. Quando attribuiamo al quarto yama il significato di ‘vivere in Dio’, significa cercare di sentire la presenza divina in ogni azione e momento della giornata. Così ogni atto quotidiano diventa un’espressione del divino, un atto sacro che dà nuovo significato e valenza alla nostra vita.

Brahmacharya e la castità: come accennato precedentemente, Brahmacharya è però più spesso associato all’astinenza sessuale. Questo perché, nell’India tradizionale, il brahmacharya rappresenta quella fase dell’esistenza che corrisponde all’apprendistato.

In questa fase il discepolo vive in castità fino a quando rimane nella scuola del Maestro, e la sua vita sessuale comincerà solo da adulto, con l’assunzione del ruolo di capofamiglia.

Per gli asceti, il Brahmacharya rimane associato al significato di castità. Siccome nel cammino spirituale ogni energia deve essere devota alla ricerca della Verità, l’asceta si astiene da ogni rapporto sessuale per non dissipare le sue energie all’esterno.

Ma qual è il significato più pertinente di Brahmacharya nell’epoca moderna?

Per un praticante laico che vive nel mondo moderno, il rispetto del Brahmacharya assume due significati principali.

Il primo è il controllo degli organi di riproduzione, che si traduce nella conduzione di una vita sessuale corretta verso il proprio partner e controllata nei confronti delle altre persone. Tale rispetto si traduce nel non consumare rapporti sessuali al di fuori della coppia, per non creare sofferenze agli altri appagando un desiderio personale. Un tale comportamento non è comunque ammissibile in quanto sarebbe contrario al primo yama, ovvero ahimsa (la non violenza).

Il secondo significato di Brahmacharya è, invece, il più generale controllo degli organi di senso. Il quarto yama ci insegna quindi a non essere schiavi dei nostri sensi, ma a esercitare un sano controllo su di essi. Questo punto è particolarmente importante se pensiamo alla società consumista nella quale viviamo: i nostri sensi sono sempre e costantemente bombardati di immagini e stimoli. Stimoli che, se non gestiti, ci inducono ad un consumo smisurato di beni e risorse. Il consumo irresponsabile (cibo, beni, risorse, ma anche le nostre energie) è sintomo di un vuoto spirituale o emotivo che cerchiamo di colmare. 

Al consumo eccessivo e compulsivo non corrisponderà mai un senso di appagamento permanente, essendo che colmiamo il nostro vuoto con beni effimeri; al contrario seguirà un sentimento di frustrazione e inadeguatezza.

La ricerca ossessiva di beni materiali porta squilibrio anche sul piano delle aspettative: quando vorremmo, ma non possiamo soddisfare questi bisogni indotti, ci sentiamo falliti, esclusi.

Brahmacharya ci invita quindi alla moderazione, a consumare in modo consapevole, a evitare gli eccessi in tutti i campi della nostra vita, alla ricerca dell’equilibrio.

Il consumo consapevole avviene anche a livello energetico: dobbiamo imparare a conservare, proteggere la nostra energia, dedicando tempo quotidiano alla pratica dello Yoga, della meditazione, o di altri riti spirituali che ci connettono con l’energia divina e ci permettono di evolvere.

Inoltre bisogna imparare a usare la nostra energia in modo appropriato. Ovvero non dissiparla in azioni o pensieri inutili o addirittura dannosi per noi o per gli altri, ma usarla per delle cause sublimi e per il bene comune.


Brahmacharya nell’approccio alla pratica yoga

Brahmacharya, nelle sue traduzioni e nei suoi diversi significati trova applicazione nella pratica di asana, arricchendo l’esperienza sul tappetino di un significato importantissimo:

- nel suo significato più letterale di  ‘camminare attivamente con Brahma (la verità essenziale, l’energia divina)’  fa sì che l’esecuzione di asana diventi anche esperienza dello spirito oltre che del corpo e della mente.

Asana, eseguito con consapevolezza della sacralità dell’esperienza e con l’attenzione rivolta alla percezione della propria energia mentale, spirituale e fisica, diventa mezzo che conduce, o perlomeno aiuta, a raggiungere l’ unione, a sperimentare il vero yoga. Eseguire con questa attitudine ad esempio Surya Namaskara (saluto al Sole) o Chandra Namaskara (saluto alla Luna) assume anche il significato di dedicare i nostri movimenti ad un’entità divina, superiore, significa percepire ed onorare le differenti energie (maschile in Surya N. e femminile in Chandra N.) e far sì che il nostro io individuale si rapporti con quello universale. 

Si comprende facilmente che le stesse sequenze, private di quest’accezione così importante o private più semplicemente dell’attenta disamina delle nostre energie interne, non si discosterebbero molto da una qualunque pratica ginnica.

- Nell’accezione di ‘controllo dei sensi’, e di ‘contenimento dell’energia’ anche brahmacharya, come satya ed asteya, ci invita a rivolgere il nostro sguardo interiore verso ciò che accade dentro di noi e non al di fuori mentre pratichiamo. Nel suo invito alla moderazione brahmacharya si riallaccia anche ad ahimsa nel ribadire la necessità di mantenere una posizione stabile e comoda, senza farci prendere dalla bramosia di superare i nostri limiti e forzare il nostro corpo in modo disarmonico, dissipando energia inutilmente.

Imparando a praticare Asana con amorevolezza (ahimsa), verità (satya) e onestà (asteya) senza voler soddisfare il nostro ego, ‘camminiamo con Brahman’ (brahmacharya).


Alcuni spunti per una pratica dedicata a Brahmacharya 

Il controllo dell’energia e la sua risalita è un argomento molto caro allo yoga. Esistono diverse pratiche che agiscono in tal senso, innanzitutto rinforzando la zona pelvica e gli organi adiacenti ed in secondo luogo orientando l’energia verso l’alto. Il chakra di riferimento di queste pratiche è Muladhara chakra. Il perineo, cioè la zona tra l’ano e genitali , funge da sostegno alla parte inferiore del tronco: esso deve garantire solidità e tonicità. Mantenere in tonicità questa fascia muscolare significa non soffrire di prolasso o di incontinenza. 

- I Bandha, chiusure o contrazioni fisiche volontarie che coinvolgono determinati gruppi di muscoli e tendini, risultano molto efficaci per irrobustire, rinforzare, rivitalizzare quelle zone in cui la nostra energia va ad accumularsi maggiormente. Queste chiusure servono a canalizzare e utilizzare nel modo corretto e ottimale il respiro e l’energia pranica ad esso collegata. 

I bandha sono pertanto molto importanti sia nel controllo del respiro, che in specifiche posizioni e meditazioni. Il loro impatto è enorme sia sul sistema fisico, che su quello energetico, mentale, emozionale e spirituale.

In una pratica orientata a sperimentare il controllo della nostra energia i Bandha assumono pertanto un ruolo primario. Ecco perché in una pratica dedicata a brahmacharya farei lavorare sui quattro bandha principali:

La chiusura del collo, o Jalandhara Bandha.

La chiusura del diaframma, o Uddiyana Bandha.

La chiusura della radice, o Mulabandha, che riguarda l’area attorno al pavimento pelvico e il basso addome.

La grande chiusura, o Mahabandha che è composta dalle prime tre.

Naturalmente per familiarizzare l’allievo a questi bandha proporrei una pratica rispettosa anche del principio di ahimsa, prestando attenzione cioè alla moderazione che una pratica che coinvolge l’attivazione di certe energie richiede. Senza eccessive forzature, i bandha potrebbero venire inseriti in esercizi di pranayama oppure coinvolti in alcune posizioni.

- Anche una pratica che metta l’accento sui nostri centri energetici, i Chakra, potrebbe essere utile affinchè l’allievo familiarizzi con i concetti di Prana, di Nadi e di come la nostra energia si distribuisce nel nostro corpo. 

I chakra principali sono 7 (Muladhara ,Svadhisthana, Manipura, Anahata, Visuddha, Ajna, Sahasrara) ed ognuno di loro, oltre ad avere caratteristiche specifiche, è associato a determinate emozioni, sensazioni, funzionalità mentali e spirituali. Lavorare sui diversi  chakra nella pratica, assumendo determinate posizioni ci permetterà di volta in volta di comprendere come, lavorando con determinate parti del corpo, si possano ‘massaggiare’ i nostri organi interni, migliorando la circolazione locale e quindi l’ossigenazione dell’organo in questione. 

- In una pratica che ci inviti alla moderazione e alla distribuzione armoniosa della nostra energia sarà poi utile, portare attenzione alle coppie di opposti. Tutta la pratica yogica d’altronde è una ricerca di equilibrio, cioè della giusta ‘via di mezzo tra due polarità’.  L’Hatha Yoga, cioè l’unione di Sole (Ha) e Luna (Tha), è uno dei percorsi per realizzare questa integrazione, risvegliando e armonizzando in sé proprio Sole e Luna.

Questi due elementi sono simboli universali di conoscenza (il Sole ci permette di vedere/apprendere durante il giorno, la Luna ci ‘illumina’ nelle tenebre), ma anche simboli di forza maschile e forza femminile, di azione e passività, di estroversione e introversione, cioè di tutti gli opposti attraverso i quali la vita si manifesta. 

Una pratica armoniosa si avvarrà pertanto di posizioni in cui viene dato spazio sia all’energia maschile che a quella femminile. Verranno pertanto proposte sia asana più ‘maschili’, che richiedono una certa forza e che sviluppano calore, risvegliano le energie, rivitalizzano il corpo e favoriscono l’estensione articolare e muscolare, sia asana più ‘femminili’, più statici, morbidi e lenti. Mantenere per più tempo una certa postura aiuta i legamenti ad ammorbidirsi, inoltre permette di sciogliere lentamente e senza sforzo eventuali tensioni.

Anche prestare particolare attenzione sulle forze che agiscono nel mantenere una posizione ‘comoda e stabile’, sul dispendio di energia di una parte del corpo a scapito di un’altra e cercare di armonizzare tali forze è di primaria importanza per una corretta esecuzione dell’asana. Nel sutra II, 47 Patanjali ci parla di ‘rilassamento nello sforzo’ e di ‘contemplazione dell’infinito’ come presupposti necessari affinchè l’asana possa divenire ‘stabile e comoda’. Nel momento della staticità di una posizione metterei pertanto l’accento sul fatto che occorre osservarsi, ridurre l’intensità, adattarsi, rilassando le parti che non servono per mantenere l’asana. Solo così possiamo anche capire dove si annidano le nostre resistenze e raggiungere quello stato di quiete che ci consente di entrare quasi in uno stato meditativo in cui la nozione di tempo e spazio scoloriscono. 

- Grande importanza per quanto riguarda la distribuzione della nostra energia riveste naturalmente il respiro. Varie tecniche di pranayama sono a disposizione dell’allievo per sperimentare l’incremento della propria energia interna o per evitare che vada a dissiparsi all’esterno. In questo caso specifico, proporrei una pratica di pranayama dolce:

Prana Mudra pranayama: un Mudra che ha a che fare con l’energia del nostro corpo è ‘Prana Mudra’. Questo Mudra va a stimolare il chakra della radice, il quale a sua volta risveglia e dà energia al corpo e a tutti gli organi. È direttamente collegato al cuore e allo spirito della persona. Per eseguirlo associato alla respirazione, occorre sedersi a terra, mantenere le gambe incrociate e  la schiena ben dritta. Tutto quello che occorre fare a questo punto è concentrarsi sul proprio respiro e semplicemente toccare il pollice con il mignolo e l’anulare, mentre il medio e l’indice devono restare tesi e dritti.

Può essere anche utile visualizzare delle radici che dal corpo penetrano nel terreno portando via tutta l’energia negativa. Quando ci si sente pronti si richiamano a noi queste radici che  porteranno nel nostro corpo l’energia positiva proveniente dalla terra.

- Infine per celebrare brahmacharya, un mantra che ci rammenta quale sia la principale fonte della nostra energia vitale: OM SOM SOMAYE NAMAHA ‘Siamo tutti connessi, l'universo respira attraverso il nostro corpo ininterrottamente.’


giovedì 1 maggio 2025

YOGA e ADOLESCENZA

Quando alcuni (pochi, dai!) decenni di anni fa iniziai a frequentare un corso di hatha yoga (allora avevo 12 anni) questa disciplina non era così diffusa e ancora più impensabile che potesse essere rivolta ad un pubblico di giovani. All'interno del mio gruppo fui subito considerata "la mascotte" e mi inserii comunque bene. I miei genitori assecondarono allora questa mia "strana" inclinazione con una certa sorpresa (e forse una celata preoccupazione!) constatandone però anche gli immediati benefici su di me, soprattutto a livello emotivo. Allora ero molto timida e lo yoga sembrava conferirmi una certa sicurezza e soprattutto calmava la mia mente iperattiva.
Devo ammettere che anche constatare la facilità con la quale entravo nelle posizioni anche più impegnative (a dispetto dei miei compagni "più vecchi" sic) mi faceva sentire bene, fisicamente prestante e più consapevole delle mie potenzialità.
Col senno di poi comprendo ancora meglio che le posizioni yoga riescono a favorire il radicamento e la stabilità, in particolare le posizioni di equilibrio sviluppano la capacità di trovare il proprio centro e di resistere alle oscillazioni, due peculiarità che fisiologicamente mancano nel momento delicato dell'adolescenza.


martedì 29 aprile 2025

ASTEYA

Sutra II,37: Asteyapratisthayam sarvaratnopasthanam. ‘Quando l'onestà è ben consolidata, ogni genere di gemma si presenta spontaneamente di fronte allo yogi’. 


ASTEYA, il terzo dei 5 principi di Yama, letteralmente significa ‘non rubare’, tuttavia il significato di questo precetto va al di là della semplice appropriazione indebita di qualcosa che non ci appartiene. Infatti, il termine si riferisce anche a non desiderare di appropriarsi di cose altrui. Il desiderio di appropriazione diventa spesso la causa principale della nostra sofferenza. Quando le cose  (o le persone!) diventano oggetto del nostro desiderio di possesso,  sviluppiamo senso di attaccamento e aspettative che ci distolgono da ciò che conta realmente: l’accettazione incondizionata del Sé, la consapevolezza della sua pienezza e della sua integrità. 

In questo senso Asteya significa quindi essere grati per ciò che siamo veramente, senza caricarci di ruoli culturalmente imposti, e accettare gli altri per quello che sono, senza desiderare di cambiarli per adattarli alla nostra visione della vita o a un ruolo imposto dalla società.

Ma in quali altri modi, più o meno inconsapevolmente, ‘sottraiamo’, ‘rubiamo’ agli altri e a noi stessi?

Sottraiamo la vita all’animale quando ce ne cibiamo, sottraiamo risorse alla Terra quando la sfruttiamo all’eccesso, la disboschiamo, la inquiniamo... (e qui Asteya va di pari passo con Ahimsa opponendosi ad un consumismo smodato e alla mancanza di rispetto ambientale).

Sottraiamo energia agli altri quando richiediamo la loro costante attenzione (diventando veri e propri ‘vampiri energetici’) o quando riversiamo all’esterno i nostri malumori influenzando anche lo stato d’animo di chi ci è vicino.

Sottraiamo energia al nostro corpo quando lo sottoponiamo a diete ferree poco salutari o ad esercizi fisici di estrema intensità inseguendo modelli fisici imposti dall’esterno di noi.

La derubiamo a noi stessi quando diventiamo preda di costante preoccupazione e ansia, sempre rivolti ad un futuro che ancora non esiste, privandoci dello spazio per godere della pienezza del momento presente, della pace e della gioia che potremmo esperire non turbati da “agitazioni mentali’.

Derubiamo energia e salute a noi stessi anche ogni qualvolta il nostro sguardo si rivolge al di fuori di noi per desiderare, magari con invidia, ciò che non ci appartiene (un particolare status sociale, beni di lusso, un aspetto da copertina...) volendo emulare modelli ideali di vita e alimentando l’idea che ‘l’erba del vicino è sempre più verde’.

E’ una forma di furto anche il plagio, l’utilizzo improprio o senza permesso delle conoscenze e del sapere di altre persone...   

Come si può vedere i casi in cui diventiamo possibili artefici di ‘furto’ sono molteplici e non così estranei alla nostra quotidianità. Anche in questo caso Patanjali ci esorta ad osservare con cura i nostri comportamenti e a vivere una vita più in linea con i principi dello yoga, accontentandoci di ciò che possediamo, conducendo una vita senza eccessi e coltivando la gratitudine e la presenza. 

Yogasutra ci insegna infatti che quando impariamo a mettere in pratica Asteya, potremo in modo naturale fare l’esperienza dell’abbondanza e ricevere dalla natura il meglio di ogni cosa. 

Rafforzando il senso morale attraverso l’osservazione dei nostri pensieri, sentimenti, emozioni, evitando di macchiare la coscienza anche con le forme più sottili di appropriazione indebita, otteniamo la chiave di svolta per la trasformazione, ed è allora che ‘tutti i gioielli ed i tesori si presentano allo Yogi’.


Asteya nell’approccio alla pratica yoga

Se Asteya ci conduce a coltivare l’intenzione di essere onesti nella relazione con la vita che ci circonda, ad accettare ciò che siamo, nella pratica dell’hatha yoga ciò si traduce primariamente nel vedere la bellezza del nostro corpo così com’è, dato che anch’esso è espressione della natura e di quell’energia primordiale che vive in noi.  Applichiamo Asteya, l'onestà nel saper accettare veramente quello che si è, ricercando la Verità dentro di noi. Lo sguardo in questo caso è rivolto alla nostra interiorità, concentrato, e non si lascia distrarre dagli stimoli esterni. 

Quando durante la nostra pratica volgiamo lo sguardo al di fuori di noi spesso perdiamo questa concentrazione, ma cosa ancora più grave, finiamo per confrontarci con gli altri e a cadere nella trappola dell’emulazione. Ecco che in questo senso praticare insieme ad altri, comporta anche degli ostacoli, che se non ponderati bene, rischiano di allontanarci dallo spirito dello yoga.

Forse dovuto all’educazione scolastica che abbiamo ricevuto, più o meno tutti abbiamo la sensazione di dover ‘essere bravi’ per ottenere qualche risultato, è quindi troppo facile lasciarsi prendere dalla tensione di voler far subito tutto e bene. In questo caso è fondamentale ricordarsi che lo yoga anche nella sua parte più fisica della pratica degli asana, è un processo in costante divenire e per superare certe limitazioni e tensioni che si sono magari formate in tanti anni, è indispensabile procedere in modo progressivo e rispettoso delle caratteristiche individuali. 

La tendenza a guardare e a paragonarsi ad altri è dannosa e se nello sport può avere un senso, nella pratica dello yoga la competizione non dovrebbe trovare posto, perchè porta a vivere una contraddizione che conduce molto distante dall’essenza stessa di questa disciplina. 

Per contro, esiste un altro aspetto da considerare indesiderabile ai fini di una buona pratica: lo scoraggiamento o il senso di inferiorità che a volte deriva quando l’istinto alla competizione è stato frustrato dal paragone con altri o da inutili autocritiche.

Che fare in questo caso? Occorre riportare lo sguardo dall’esterno all’interno di noi, concentrandoci  durante la pratica sul nostro spazio interiore, ascoltando il nostro 

corpo e i suoi messaggi per adeguare ad essi la pratica.

Anche seguire il ritmo del respiro che accompagna i gesti ci aiuta ad accedere alla nostra dimensione più interiore e ad esplorare con curiosità le possibilità, e con rispetto i limiti.

E’ quindi importante anche durante la nostra pratica sul tappetino ‘non desiderare ciò che non ci appartiene’ (la ‘performance’ del vicino di tappetino ad esempio) portando saldamente il nostro sguardo solo alla nostra persona, e in particolare alla nostra interiorità. 


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Asteya

Nel considerare una pratica dedicata ad Asteya mi verrebbe naturale considerare questi elementi:

- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Asteya

- Favorirei la presenza e la focalizzazione sul momento presente. Lo sguardo dell’allievo verrebbe ricondotto spesso ad un Drishti, un punto fisso. Attraverso di esso infatti si riesce più facilmente ad ‘isolarsi’ e si può condurre la visione più facilmente verso il proprio mondo interiore. In questo modo è più semplice ascoltare i segnali del corpo, i pensieri, le emozioni e non lasciarsi fuorviare dal paragone con altri. 

- Anche per questo motivo lavorerei soprattutto con le  posizioni di equilibrio: risultano infatti molto utili per monitorare la ‘direzione’ della nostra mente, quando si tende a volgere lo sguardo all’esterno di noi (in quel territorio che non ci dovrebbe appartenere) e cadere nella tentazione di confrontarci con i nostri compagni di pratica. A tal proposito è interessante notare che durante l’esecuzione di una posizione come Vrksasana (l’albero) quando l’ego prende il sopravvento, quando subentra la competizione, il giudizio, il confronto, spesso accade che l’equilibrio diventi più precario. Il corpo in questo caso segue la direzione della mente che lo fa vacillare. Ecco che ancora una volta la vritti, il ‘vortice mentale’ ha l’effetto di fuorviare la nostra consapevolezza. Occorre uno sforzo di concentrazione per ricondurla all’interno di noi e farci accettare l’idea di essere nella posizione più giusta per noi in quel momento.

- Utili per ancorare la consapevolezza nel nostro centro e avvertire la ‘pienezza’ del momento presente anche le posizioni di radicamento, che vanno a lavorare su Muladhara, il 1° chakra. Una volta in equilibrio questo chakra ci fa avvertire pienamente la nostra stabilità, la nostra sicurezza e la fiducia in noi stessi. Senza ricercarla al di fuori di noi.

- Nel non voler rubare energia a una parte del corpo rispetto ad un’altra, sarebbe importante fare attenzione al bilanciamento anche durante lo sforzo, equilibrare il lato anteriore e il lato posteriore, il destro ed il sinistro. In posizioni come Adho Mukha portare l’attenzione ad una distribuzione simmetrica ed equilibrata del peso corporeo..

- Anche ricondurre l’attenzione al respiro favorisce la concentrazione e aiuta a rimanere ancorati al momento presente. Una pratica di pranayama come Nadi Shodana in particolare potrebbe essere molto efficace per bilanciare le nostre opposte energie (maschile e femminile, attiva e passiva) e condurci a quell’equilibrio mentale che non ci fa oscillare pericolosamente al di fuori di noi.

- Mudra per un maggiore equilibrio e gratitudine: Anjali Mudra


Appoggiando le mani unite davanti all’Anahata Chakra, il Chakra del cuore, simboleggia l’armonia tra la parte destra e la parte sinistra, nonché l’equilibrio tra le due parti che si crea proprio nella zona del cuore. La mano destra rappresenta il calore, il giorno, il sole, il futuro, mentre la mano sinistra rappresenta il freddo, la notte, la luna, il passato. Unendole portiamo il nostro corpo, la nostra mente e le nostre energie al qui e ora, al presente. Questo gesto connette anche i due emisferi del nostro cervello. Anjali Mudra è solo in apparenza un gesto semplice. In realtà, è molto importante per prepararsi alla pratica meditativa e/o yogica. È anche un gesto attraverso cui le turbolenze dell’Ego si placano.

- Mantra: SAMPRATI HUM

Particolarmente pregno di significato, trovo che questo mantra riassuma molto bene ciò che coltivando la gratitudine siamo in grado di ottenere:

‘Il momento presente è il mio vero io. Non ho bisogno di altro per essere completo; sono integro adesso. Non ho bisogno che questo momento sia altro da quello che è; è abbastanza adesso. Posso fidarmi di me stesso cercando dentro di me ciò che cerco. Essendo qui ed essendo grato ora, mi sento veramente vivo nel momento presente. Posso apprezzare la gioia di essere semplicemente qui’.


sabato 26 aprile 2025

LE INVERSIONI E I LORO BENEFICI

1. Migliorano la circolazione. Nelle inversioni il flusso sanguigno è anch’esso invertito. Il sangue fluisce più facilmente dalle estremità verso il cuore. Ciò consente di drenare i liquidi dai piedi dando una sensazione di benessere a chi soffre di vene varicose o ne è predisposto. 

2. Aumentano l’apporto di ossigeno al cervello. La forza di gravità consente di rifornire il cervello con una maggiore quantità di ossigeno e sangue potenziando le sue funzioni, la concentrazione, la memoria e la capacità di di analisi. Inoltre ciò concede un po’ di riposo al cuore, sempre impegnato a pompare sangue verso il cervello. 

3. Invertono il processo di invecchiamento. Capovolgendo la direzione della forza di gravità, le inversioni stimolano una sorta di lifting facciale perché i muscoli del viso si “muovono” in un senso che non è quello abituale. Inoltre l’apporto di nutrienti e ossigeno alla pelle produce un effetto smagliante. Lo stesso vale per il cuoio capelluto e per la salute dei capelli. Tanto che c’è chi dice che una pratica costante riduce la comparsa di capelli bianchi.  

4. Potenziano il sistema immunitario. Il sistema linfatico gioca un ruolo chiave nel garantire la salute del nostro organismo: la linfa trasporta le tossine e i batteri destinati ad essere eliminati dai linfonodi. Visto che a farla muovere sono la contrazione dei muscoli e la forza di gravità, stare a testa in giù le permette di viaggiare più facilmente verso l’apparato respiratorio dove risiede la maggior parte delle tossine. 

5. Danno una carica di energia. Quando si ha un momento di calo delle energie durante la giornata, praticare le inversioni può risultare la carta vincente. Le versioni più sfidanti, come Shirshasana o Adho Mukha Vrksasana, fanno fluire una maggiore quantità di sangue al cervello agendo da sveglia per tutto il corpo e pure per le funzioni cognitive. Altro che caffè! 

6. Oppure rilassano. Le versioni più soft delle inversioni come sarvangasana, la classica candela, o Halasana (l’aratro) aiutano a calmare il sistema nervoso attivando il sistema parasimpatico e producendo un senso di calma ed equilibrio. 

7. Migliorano l’autostima. Pensavate che non sareste mai riusciti ad eseguire una posa di inversione e invece ce l’avete fatta? Perfetto: il vostro livello di autostima ha fatto un salto in avanti e sicuramente avrete interiorizzato che non esistono limiti, se non nella vostra mente.  

8. Offrono una diversa prospettiva. Guardare il mondo a testa in giù ha un effetto anche sulla nostra psiche: ci fa capire che non esiste un solo modo per vedere la realtà e un solo modo per reagire. 

9. Rafforzano gli addominali. Per mantenere una posa di inversione per un periodo di tempo prolungato bisogna attivare i muscoli obliqui e il trasverso. Un bell’esercizio che non si vede, ma c’è. 

10. Sono divertenti. E’ un po’ come tornare bambini: provare, cadere, ridere. Anche e soprattutto di se stessi. Le inversioni ci fanno mettere in gioco, senza prenderci troppo sul serio, senza attendersi un risultato. Ci insegnano a lasciare andare.

... e quindi che aspettiamo a metterci a testa in giù?!



sabato 19 aprile 2025

PSOAS: ALLENIAMO IL MUSCOLO DELL’ANIMA


Non tutti conoscono l’importanza del muscolo Psoas, detto anche muscolo Ileopsoas. Dove si trova questo muscolo, innanzitutto? Il muscolo Psoas svolge la funzione fondamentale di collegare le gambe alla colonna vertebrale. Ma il suo ruolo non riguarda soltanto il mantenimento dell’equilibrio e il sostegno della nostra struttura ossea.
Nelle tradizioni orientali lo Psoas è considerato il muscolo dell’anima. Allenare questo muscolo potrebbe aiutarci a superare ansia e paura. Questo muscolo viene spesso definito come il nucleo più profondo del nostro corpo. È importante per il movimento, l’equilibrio strutturale, la funzionalità articolare, la flessibilità e molto altro ancora.

Lo Psoas svolge il ruolo fondamentale di aiutare a mantenere il corpo in posizione verticale. Durante il rilassamento da supini è importante che questo muscolo sia in grado di decontrarsi in modo che il nostro corpo possa rilasciare tutte le tensioni. Gli esercizi di rilassamento che si svolgono sdraiati sulla schiena, tipici dello Yoga, coinvolgono lo Psoas senza che ce ne rendiamo conto e contribuiscono a riconnetterci al momento presente.

Le ricerche in ambito corporeo e spirituale indicano che lo Psoas è vitale per il nostro benessere psicologico oltre che per la salute del nostro corpo a livello fisico. Ad esempio secondo Liz Koch, autrice del libro The Psoas Book, questo muscolo incarna il nostro più profondo desiderio di sopravvivenza e la nostra volontà di prosperare. A suo parere, mantenere sano il muscolo Psoas ha effetti benefici sia a livello fisico che psicologico.

In particolare il buon funzionamento di questo muscolo e la sua posizione corretta durante il rilassamento ci aiuterebbero a superare ansie e paure. La contrattura del muscolo Psoas e problemi alle anche o alla schiena eventualmente correlati ad esso potrebbero impedirci di muoverci nel mondo come vorremmo e potrebbero condurci a rinunciare ad entrare in gioco nelle nostre giornate con la massima energia. Con il passare del tempo la scienza probabilmente avvalorerà sempre più l’importanza di questo muscolo per il nostro benessere fisico e psicologico.

Perché lo Psoas è considerato così importante per rilassarsi e per aiutarci a superare ansie e paure? La motivazione è molto semplice. Questo muscolo non è collegato soltanto alle gambe e alla colonna vertebrale, ma anche al diaframma. Il diaframma è fondamentale per la nostra respirazione, ancor di più quando parliamo di una respirazione calma e profonda. Ed è proprio la capacità di calmare, rallentare e rendere più profondo il respiro che rilassa sia il nostro corpo che la mente.

Ansia e paura spesso si manifestano con una respirazione accelerata. Se Psoas e diaframma funzionano bene e se siamo consapevoli della loro presenza nel nostro corpo, possiamo imparare a sfruttarli a nostro vantaggio. Secondo Liz Koch, questo effetto benefico avviene perché lo Psoas avrebbe un legame diretto con la parte più antica del nostro tronco encefalico e del midollo spinale, chiamata cervello rettile.

Viviamo giornate frenetiche in cui ci sentiamo intrappolati in un contesto di fuga e lotta, come se fossimo ancora uomini primitivi. Siamo sopraffatti dallo stress e dall’agitazione ma possiamo migliorare questa condizione prestando maggiore attenzione alla mobilità del nostro corpo e alla nostra capacità di respirare bene.

La vita è una lotta – è un bene che lo sia per la nostra evoluzione interiore – e prenderci cura del nostro corpo e della nostra mente a partire da esercizi fisici, di respirazione e di rilassamento, è il primo passo per migliorare il nostro modo di affrontare la quotidianità e per non dimenticare il legame che esiste tra il nostro corpo e la nostra mente..