mercoledì 5 febbraio 2025

AHIMSA


Sutra II,35: Ahimsapratisthayam tatsannidhau vairatyagah. ‘Una volta che una condizione di durevole non-violenza è stata stabilita, qualsiasi ostilità intorno cesserà’






“Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, AHIMSA è proprio il primo ‘precetto’ degli Yama negli Yoga Sutra di Patanjali. Il termine sanscrito Ahimsa è composto dalla negazione ‘a’, 'non' e ‘himsa’, forma desiderativa del verbo 'han' 'uccidere, nuocere'. 
Tradizionalmente Ahimsa indica pertanto l’assenza del desiderio di nuocere o danneggiare in alcun modo qualunque essere vivente e non solo con le proprie azioni, ma anche con i pensieri, i desideri e le parole. Da qui si intuisce che il principio di Ahimsa va dunque ben oltre la traduzione letterale di ‘non uccidere’, poiché implica un atteggiamento globale, onnicomprensivo, di rispetto e valorizzazione di ogni essere. E’ possibile infatti applicare questo principio ad un luogo, ad un animale, ad un oggetto, ad una persona, ad un’ azione: tutto va trattato con rispetto e con cura, ogni cosa va fatta con dedizione e attenzione.

Praticare Ahimsa è pertanto il primo dovere morale dello yogi che si dispone a contrastare ogni forma di violenza: quella fisica in primis; guerra, aggressività e collera sono solo alcune delle sue manifestazioni. Nuocere ad un’altra persona intenzionalmente costituisce una forma di violenza che nuoce alla mente e al corpo arrecando danni non solo alla vittima, ma anche a colui che compie l’azione e ai suoi testimoni. C’è poi la violenza verbale: possiamo causare diverse ferite attraverso ciò che diciamo. Ogni nostra parola, anche quando detta con buone intenzioni, è potenzialmente dannosa per chi ci ascolta. La parola è un dono e l’abilità nel parlare richiede maestria. Quando utilizziamo questo dono con l’intenzione di ferire il prossimo, commettiamo una violenza. Le parole infatti, non solo trasferiscono un’idea ma hanno anche la capacità di stimolare un tipo di reazione emotiva piuttosto che un’altra, smuovere energie che in alcuni casi possono condizionare e disturbare profondamente il nostro interlocutore. Quando comunichiamo è dunque importante fare attenzione a ciò che trasmettiamo all’altro e a come lo facciamo. In questo senso anche il tono della voce può essere indice di un nostro atteggiamento di avversione, in un linguaggio corporeo che va al di là del contenuto verbale. Ancora una volta è necessario mettere cura e consapevolezza in ciò che facciamo. Ahimsa ci invita quindi a moderare, ad aggentilire il linguaggio, sia nei toni che nei contenuti.
C’è poi la violenza emotiva: desiderare il male di qualcuno è una grande forma di violenza che equivale ad una maledizione e colpisce sia la persona che utilizza questa forma di violenza causandole agitazione e negatività, sia la persona alla quale è diretta e che potrebbe effettivamente vedere indebolito il proprio potere e diventare vulnerabile. E sentimenti negativi quali invidia, rancore, gelosia, finiscono per nuocere primariamente chi continua ad alimentarli e proiettarli all’esterno. Ahimsa ci dice di non cadere in tutto ciò perché tutto ciò appartiene all’ Ego, a quella parte mutevole e impermanente da cui  lo yogi deve disidentificarsi per entrare in contatto con la sua vera essenza.
Persino mangiare viene vista dallo yogi come una forma di violenza allorchè ci nutriamo utilizzando risorse che erano vive e anche se questo è talvolta inevitabile per la nostra sopravvivenza, è anche vero che spesso mangiamo più di quanto sia necessario per garantirci una buona salute. E’ bene perciò mangiare solo ciò che ci serve per mantenerci sani, puliti e leggeri. Molte persone nel mondo mangiano più del necessario a causa dello stress che è conseguenza dello stile di vita che conducono. Possiamo cambiare questa abitudine solo se troviamo calma e quiete all’interno di noi stessi. Anche mangiare vegetariano implica una violenza minore rispetto a cibarsi di carne, considerando che oggigiorno i metodi di allevamento degli animali sono spesso violenti e poco rispettosi delle norme. Naturalmente in quanto essere umani abbiamo la necessità di nutrirci ma possiamo farlo nel miglior modo possibile, facendo scelte appropriate e rispettose della natura e dell’ambiente.
In sintesi, Ahimsa è cura e rispetto, di noi stessi, del nostro prossimo, dell’ambiente che ci circonda. Ci spinge alla gentilezza, all’amorevolezza, all’apertura verso gli altri.


Ahimsa nell’approccio alla pratica yoga

Come tradurre quindi Ahimsa nella pratica yoga?

La 'non violenza' può essere vista in questo contesto come l'osservanza di una forma di GENTILEZZA rivolta non solo all'esterno di noi, ma anche e in primo luogo verso noi stessi, verso il nostro corpo.  Occorre infatti sottolineare l'importanza della gentilezza nell'approcciarsi ad una postura yoga di cui dovremmo innanzitutto sempre tenere presente le qualità che la rendono diversa da qualunque posizione di ginnastica o esercizio fisico. Queste qualità sono essenzialmente due: stabilità e comodità (‘sthira’ e ‘sukha’ YS II,46). Un asana dovrebbe essere mantenuto in modo stabile e comodo ovvero senza sforzo eccessivo, e per questo occorrerà, col tempo, identificare le parti del corpo che effettivamente lavorano per il mantenimento della posizione e cercare di rilassare tutte le altre. Così si risparmierà energia e l’asana potrà essere mantenuto in modo confortevole ed ottenerne i maggiori benefici.  (YS II,47 [Ciò si ottiene] con il rilassamento dello sforzo e l'immedesimazione con l'infinito) 

Nella pratica yoga Ahimsa significa quindi rispettare i nostri limiti e abbandonare il giudizio. Soprattutto verso se stessi.

A questo proposito inserisco anche un’annotazione personale. Proprio di recente il mio corpo mi ha dato la possibilità di mettere in pratica ahimsa costantemente durante la mia pratica personale. Da mesi soffro di una forma acuta di irrigidimento nella zona scapolo-acromiale della spalla sinistra (la cosiddetta sindrome da spalla congelata) per cui ho difficoltà ad extra-ruotare il braccio e ancora di più ad avvicinare le scapole tra loro.  All’inizio di questo ‘malanno’ ho passato un momento di profondo scoramento. Certe posizioni diventavano improvvisamente ostiche e dolorose, lo sono tutt’ora, e il mio atteggiamento mentale ed emotivo di rifiuto si traduceva in un irrigidimento fisico ancora più marcato. Non potevo più ‘fare’ Ustrasana ad esempio, dopo che finalmente dopo tanto mi era sembrato di riuscire a padroneggiare la posizione. Questo mi causava grande frustrazione. E imbarazzo, allorchè volendo mostrare alle mie allieve come si entrava in questo asana, dovevo per forza mostrare la mia disabilità e il mio impedimento. Ahimsa mi è venuta in soccorso. Ho colto l’occasione per sorridere della mia rigidità con le allieve e sottolineare anche a loro l’importanza dell’accettazione dei  propri limiti. Ho sottolineato l’importanza di interpretare il disagio ed il dolore come segnali inequivocabili che ci mostrano quando non è il caso di forzare una posizione, ho mostrato come una variante più soft può essere comunque efficace e come sia determinante porsi in ascolto in modo amorevole verso il proprio corpo, impegnandoci in un asana senza voler arrivare a tutti i costi alla perfetta posizione finale.  

E quindi, anche sulla mia pelle, ho imparato che l’accettazione dei propri limiti, la costanza e la gradualità della pratica yoga sono elementi imprescindibili in un cammino yogico e che spesso occorre dialogare con il proprio ego e zittirlo nel momento in cui sopravvengono pensieri del tipo ‘guarda come sono rigido’, ‘non è possibile che non riesca a piegarmi più di così’, ‘non ci riuscirò mai’.. 

Sono spesso proprio questi pensieri, questi ‘vortici’ mentali i maggiori responsabili di una disaffezione alla pratica. Lo yoga ci insegna invece ad abbandonarli in favore di un ascolto rispettoso del proprio corpo verso cui dimostrare comunque e sempre gratitudine, sia quando ci indica le nostre potenzialità, sia quando ci mostra i nostri limiti.
Con la pratica e la giusta dose di determinazione e di gentilezza sarà proprio il nostro corpo ad aprirci la strada verso posture sempre più sciolte e benefiche.


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Ahimsa

Volendo dedicare una pratica yoga ad Ahimsa, la si  potrebbe strutturare coinvolgendo molteplici aspetti:

- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Ahimsa.

- L’apertura del Cuore. Lavorerei in particolare su posizioni di apertura e quindi di estensioni, per contattare e lavorare maggiormente Anahata, il 4° chakra, favorendo una disposizione d’animo ‘gentile’ e amorevole verso noi stessi ed il prossimo. 

Le parti anatomiche maggiormente coinvolte quindi tutta la parte alta del torace, ma anche le braccia, le spalle (spesso contraiamo la zona dei trapezi quando reprimiamo emozioni o siamo sotto stress). 

- Sottolineerei più volte durante la pratica l’importanza dell’ascolto del proprio corpo, nell’osservazione attenta del proprio battito cardiaco, del ritmo respiratorio, delle tensioni muscolari. A tal proposito si potrebbe chiedere di allentare la posizione (se non scioglierla) qualora si avvertisse di essere arrivati al proprio limite. Oppure di arrestarsi poco prima di raggiungerlo e rimanere in attesa per esperire ‘cosa può fare l’asana per noi’. 

- Raggiunta la staticità di un asana sarebbe importante cercare di esperire il ‘rilassamento nello sforzo’ e inviterei pertanto l’allievo a contattare e sciogliere le tensioni muscolari laddove non siano necessarie.

- In una pratica del genere potrebbe essere utile anche avvalersi di supporti, intesi a semplificare e rendere più approcciabili anche asana che ci appaiono troppo ostici o intensi.

- Pranayama. Proporrei un pranayama gentile utilizzando Padma Mudra, il mudra del Loto: portando le mani all’altezza del cuore inviterei a distanziare le dita sull’inspiro e ad unirle sull’espiro, osservando una respirazione spontanea e tranquilla.


 
- Mantra. Per concludere, a fine pratica potrebbe essere appropriato ripetere alcune volte  il seguente mantra: ‘LOKAH SAMASTAH SUKHINO BHAVANTU’ - che tutti gli esseri dell'universo possano essere felici – ed evocare e rivolgere un sentimento di profonda gratitudine verso noi stessi e il nostro corpo e verso i compagni con i quali si ha condiviso  la pratica.

sabato 25 gennaio 2025

YAMA: VIVERLI SUL TAPPETINO PER UNA PRATICA PIU' CONSAPEVOLE


Afferma B.K.S. Iyengar in “Teoria e pratica dello Yoga” : 
“Senza stabili fondamenta una casa non può reggersi. Senza la pratica dei principi di yama e niyama, che pongono stabili fondamenta alla formazione del carattere, non può esistere una personalità completa. La pratica degli asana senza il sostegno di yama e niyama è semplice acrobazia.” 
Questo passo, forse più di altri, mi ha spinto a voler approfondire in primis lo studio di YAMA, primo degli otto rami dell’Ashtanga Yoga descritto da Patanjali negli ‘Yoga Sutra’, e a rapportarlo all’ambito più concreto della pratica yoga: l’esperienza  di Asana.
Amando la traduzione nella pratica di concetti filosofici (e nello specifico la trasposizione nella pratica sul tappetino), approfondire lo studio di Yama mi ha fornito anche l’occasione  per comprendere meglio cosa sia davvero yoga (e cosa non lo è). 
Patanjali d’altronde ce lo rammenta fin da subito: se nel secondo sutra del Samadhi Pada egli definisce lo yoga come ‘la sospensione delle fluttuazioni della mente’ (yogas citta vrtti nirhodah), nel dodicesimo sutra dello stesso libro ci spiega che la ‘nirodhizzazione’ delle vritti si ottiene per mezzo di una pratica continua (abhyasa) e per mezzo del distacco, dell’assenza di desideri (vairagya). 
Ma come si traduce questo 'distacco' nella nostra pratica giornaliera? In questo ambito vairagya diventa un distaccarsi dalla forma, dall’obiettivo, è il dissociarsi dall’idea che nella pratica stiamo facendo un esercizio solo fisico e dobbiamo raggiungere una posizione perfetta. 

Yoga Sutra ci invita invece ad esercitare il non attaccamento al corpo, a non idolatrarlo in quanto il corpo rappresenta solo l’aspetto più esteriore di un asana. 
Forse risulta un po’ difficile sostenere questa tesi nell’ambiente dello hatha yoga moderno ed occidentale, perché nella maggior parte dei nostri centri la mentalità e le abitudini sembrano spesso essere diverse. 
Gli studenti di yoga (soprattutto quelli intermedi ed avanzati, e talvolta anche gli insegnanti!) non resistono alla tentazione di vedere gli asana come una sfida. Forse non c’è niente di male in questo perché è sempre necessario mettersi alla prova, non fare di più di quello che si è in grado di fare, ma nemmeno di meno, altrimenti prevale la pigrizia. Tuttavia,  credo sia molto facile cadere nella logica tutta occidentale del ‘fare’: fare la pratica, fare gli asana, fare il pranayama, fare meditazione, fare cinque minuti di sirsasana, ecc.
In una  pratica matura degli asana si dovrebbe forse superare  il concetto del ‘fare’ per chiedersi che cosa ‘fanno’ gli asana per noi: e qui si aprono molte risposte ed anche molti interrogativi.
Praticare gli asana tenendo presente Yama significa non identificarsi con le proprie fluttuazioni mentali, ma porsi in ascolto con la massima onestà ed equanimità possibile: equilibrare il lato destro e il sinistro, la parte anteriore e quella posteriore, la parte volitiva e quella pigra, la parte onesta e quella che vorrebbe ‘rubare’ energia.

Ma cosa e quali sono gli Yama?

Considerati come dei veri e propri principi etici che hanno lo scopo di migliorare il modo di comportarsi del sadhaka, il praticante, verso se stesso e verso gli altri, astenendosi dal compiere azioni nocive, possono essere tradotti anche come ‘astinenze’, ‘astensioni’. 

Sono in tutto cinque: ahimsa, satya, asteya, brahmacharya, aparigraha (la non-violenza, l’attenersi alla Verità, il non desiderare cose altrui, la continenza e l’assenza di desiderio di possesso). 

Mi piacerà considerarli singolarmente, tracciando per ognuno una sintesi generale, contestualizzandone i significati della tradizione, rapportandoli al nostro mondo di vivere quotidiano per poi, in un momento successivo, rapportarli alla pratica sul tappetino. 

Che è dove mi interessa più portarli ora.. 😉

martedì 17 dicembre 2024

OM



OM... è il mantra per eccellenza, il "Bija mantra"
I mantra sono suoni a servizio della mente: MAN = mente, TRA= proteggere, liberare.
Da cosa libera e protegge il mantra? Dall'accavallarsi continuo e ripetuto di pensieri e desideri che finiscono con l'appesantire la nostra mente e produrre stress.
La vibrazione prodotta del suono OM ha un effetto calmante sul sistema nervoso.
La frequenza di questo mantra è 432 Hz, la stessa che ritroviamo in qualunque cosa nella natura, ecco perchè pronunciare questo mantra ci connette fisicamente e simbolicamente a tutti gli esseri dell'universo.
Dalla tradizione yogica è considerato il "suono primordiale": si pensa che prima della creazione della materia ci fosse questo suono e che per questo motivo racchiuda in se tutte le energie che hanno permesso la formazione dell'universo.

Personalmente trovo questa versione "cantata" del mantra estremamente utile a rilassarsi e a liberare la mente... buon ascolto.

giovedì 14 novembre 2024

I GUERRIERI nello YOGA




In uno dei miei post precedenti dicevo dell’importanza di dedicare gentilezza verso noi stessi, verso il nostro corpo, ascoltandone i suggerimenti durante la pratica yoga. Tale gentilezza non va certo confusa con la passività.. Nello yoga vi sono  alcune posture (asana) in particolare che oltre ad apportare notevoli benefici fisici hanno anche l’effetto di vivificare la nostra determinazione e un poco anche la nostra fierezza. Sto parlando della serie dei “guerrieri”: Virabhadrasana 1, 2, 3 e Viparita Virabhadrasana (il guerriero inverso).

Personalmente inserisco quasi sempre queste posizioni nella mia pratica quotidiana… innanzitutto perché mi piacciono molto e poi perché trovo che mi trasmettano vigore, energia e persino po’ di sana fierezza (femminile!) :-) Insomma il guerriero latente in ognuno di noi, con queste posizioni viene evocato, richiamato dal nostro subconscio, dal nostro "sottosuolo" (e parlo di sottosuolo non a caso, come vedremo in seguito).

La figura del Guerriero nello yoga peraltro è molto importante e denso di significato se consideriamo che Arjuna, protagonista della “Bhagavad Gita” assieme a Krishna, è proprio un guerriero. E di fronte alle incertezze e all'angoscia che lo assalgono nel momento incombente della battaglia (dovrà usare la forza persino su familiari ed amici…) sarà proprio Krishna a rammentargli che combattere è il suo dovere, la sua missione su questa terra,  e realizzare la sua natura di combattente significa anche assecondare il piano divino.
Tanto sarebbe da aggiungere e non mi addentro su tutti i  significati simbolici e sui temi di un testo tanto ricco ed importante...
Ma guerriero è anche Virabhadra, figura della mitologia induista, nato dalla furia di Shiva (la cui ira è sempre poco raccomandabile) il quale, nell’apprendere della morte della sua Shakti, dalle alture dell'Himalaya presso cui dimora strappa e scaglia verso terra uno dei suoi caratteristici ricci che va a penetrare nel sottosuolo. Ecco però che per volere dello stesso Shiva, da questa ciocca emerge un uomo, Virabhadra, che si dimostrerà un valoroso e temibile combattente.

Le posizioni di Virabhadra che ci ricordano di mantenere attivo e ben presente tutto il corpo,
possono così anche raccontarci di un mito oltrechè infonderci fierezza e determinazione.

E questa la sequenza che mi piace eseguire e proporre ricordando anche il significato delle singole asana:

Virabhadrasana 1: "Il guerriero si erge dal suolo"














Virabhadrasana 2: "Il guerriero sguaina la spada e mira al suo obiettivo"















Viparita Virabhadrasana: "il guerriero carica il colpo chiamando a raccolta la propria forza"














Virabhadrasana 3: "il guerriero affonda il colpo"













lunedì 7 ottobre 2024

L'ALBERO DELLO YOGA

Lo Yoga paragona gli esseri umani agli alberi. Gli alberi possiedono l’energia della terra e del cielo.

Le radici degli alberi raggiungono le profondità di nostra madre terra, ne assorbono la sapienza e l’energia vitale, i loro rami si protendono alti verso la luce, trasformando quell’energia in forza creativa.

Questi insegnanti delle foreste mostrano agli uomini come equilibrare le energie maschili e femminili presenti in ognuno.

Tramite il loro esempio possiamo imparare a dare e a ricevere.

Gli alberi sono fermamente radicati nella terra e si protendono verso il cielo con i rami, mostrando agli esseri umani come essere ponti tra i mondi sensibili e ultrasensibili.



lunedì 30 settembre 2024

YOGA PER ME


Che cos’è quello spazio che si crea sul tappetino durante una pratica? Per me è entrare in un tempio, ritrovare l’unione (yoga), la connessione con la mia essenza. Non occorre necessariamente farlo mettendosi a testa in giù o assumendo posizioni complicate, a quelle ci si può avvicinare con il tempo e con dolcezza quando il nostro corpo vorrà sentirsi ancora più sciolto e si sentirà curioso di sperimentare ulteriormente. Anche pochi gesti, posizioni semplici ma tenute con presenza, ci possono condurre all’unione, allo yoga. Presenza, ascolto, una mente calma se non silente. Meditazione in movimento.. meditazione nella staticità.. Presenza, essenza.
Questo è lo yoga per me.

lunedì 2 settembre 2024

YOGA IS MY BEST FRIEND



Oggi riprendo Yoga. Questa sera lezione promozionale al centro e questo basta per riconciliarmi con il mio "vecchio" e prezioso amico. Come in un rapporto di amicizia consolidato ci sono talvolta dei periodi di silenzio e di allontanamento che non pregiudicano però il legame.
A volte anzi ho proprio bisogno di staccare, di allentare la presa, di interrompere la routine (sì sembra proprio che parli di un rapporto sentimentale!)  per poi vivacizzare e rinnovare un rapporto.
Così rieccomi, istruttrice e yogini sempre in divenire, desiderosa di trasmettere la mia passione ed il mio entusiasmo per questa disciplina.

A stasera amico mio!