lunedì 23 giugno 2025

APARIGRAHA

Sutra II,39: ‘Aparigrahasthairye janmakathamta sambodhah’. ‘Quando la non possessività è confermata sorge la conoscenza dei ‘come’ e dei ‘quando’ dell’esistenza’.

 


Aparigraha è l’ultimo degli Yama di Patanjali. La parola Aparigraha deriva dal sanscrito ed è formata dalla a, che è una forma di negazione “non”,  pari significa invece ‘tutto attorno’ , mentre ‘graha’ significa ‘afferrare’. La traduzione letterale è quindi ‘non afferrare tutto ciò che ti sta intorno’, mentre il suo significato più sottile è possedere solo ciò che serve per il nostro sostentamento, ovvero non essere avidi o desiderosi di accumulare continuamente beni materiali.

Credo ci sia un motivo per cui Aparigraha arriva proprio per ultimo negli Yama: Ahimsa ci ha insegnato ad amare noi stessi per essere davvero non violenti, Satya ad essere noi stessi e vivere nella verità interiore, Asteya a non desiderare ciò che non ci appartiene e Brahmacharya a onorare la nostra energia e investirla in modo consapevole .

Aparigraha ci insegna che in noi c’è già tutto ciò di cui abbiamo bisogno. L’ultimo Yama ci dice che sta a noi la decisione di essere felici. Quando siamo radicati nel godere di ciò che già abbiamo e realizziamo quanto già siamo fortunati, allora, dice Patanjali, ‘sorge una grande conoscenza’. Quando il cultore dello yoga è fermamente radicato nel sé reale, in aparigraha accade la vera conoscenza del ‘perché’ della nostra esistenza. L’idea è che lo yogin che ha raggiunto la serenità e non è più schiavo dei suoi desideri antichi si risvegli alla conoscenza del mistero della vita e comprenda perché è venuto al mondo.

L’ultimo Yama quindi ci porta sempre più vicini a capire noi stessi come ‘totalità’ , non è all’esterno che dobbiamo guardare e ricercare, ma dentro di noi. Patanjali sembra quindi preparare la strada per i 5 Niyama , quegli insegnamenti che regolano il rapporto con noi stessi 

Aparigraha è quindi l’assenza di avarizia, l’assenza del desiderio di possedere le cose. E’ la rinuncia ad acquisire beni perché si riescono a definire in anticipo le complicanze legati al possesso: la fatica di acquisirli, la preoccupazione nel conservarli, la delusione nel vederli svanire.

Più che come un divieto  questo Yama può essere visto quindi come un inno alla GENEROSITA’, un invito a usare solo ciò di cui abbiamo bisogno e a condividere il più possibile con gli altri, lasciando le cose libere di essere utili e di passare di mano in mano a seconda della necessità e del piacere, momento per momento, così come la natura ci insegna.

Tutto questo si traduce anche nel ‘semplificare’ la nostra vita, nel non dissipare troppe energie nel tentativo di accaparrarci quanti più beni  possibili e apprezzare maggiormente la leggerezza che nella nostra esistenza può scaturire dall’assenza di un desiderio spasmodico di ricchezza.

Aparigraha ci induce anche a non rimanere attaccati ad abitudini nocive e ad accettare i cambiamenti che sono inevitabili, in un atteggiamento di apertura e di disponibilità a fluire con l’esistenza senza porre opposizioni o freni.

E ancora, ad un livello più profondo, aparigraha può essere un monito a non ancorarci a certe situazioni per le quali continuiamo a provare rabbia o rancore, ad esempio. Ad un livello emotivo il perdono, il lasciare andare un’ emozione nociva o un sentimento di dipendenza ossessiva verso una persona, in questo senso creano spazio per una maggiore leggerezza interiore.

In conclusione ridurre l’attaccamento alle cose materiali, aiutare il prossimo, vivere la preziosità del momento ed esperire l’abbondanza e la completezza dell’Essere, riempiono il cuore di gioia. Del resto, essere posseduti dal possesso e la convinzione che la felicità venga dalle cose esterne o dalle altre persone, è una grande follia. 


Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga

Aparigraha nell’approccio alla pratica yoga si traduce essenzialmente in non attaccamento al risultato: ancora una volta Patanjali ci invita ad esercitare il non attaccamento nel rapporto con il nostro corpo perché esso è solo l’aspetto esteriore di un asana: esaltarlo, quindi, significa sviluppare un attaccamento che sarà fonte di sofferenza futura. Dobbiamo osservare il nostro corpo, ma consci che il nostro rapporto con esso è diverso da quello che ha un ginnasta. Il corpo va esercitato con un atteggiamento distaccato, senza avere aspettative, senza giudizi, senza progettare abilità future. E anche qualora diventassimo capaci di posizioni mirabolanti, dovremo essere in grado di non esaltarci per questo. Quindi aparigraha per il praticante yogi è liberarsi dal desiderio di voler accumulare abilità, di cercare la performance, proiettandosi sui continui risultati, ma semmai ‘vivere più consapevolmente il percorso’.


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Aparigraha

- In una pratica dedicata ad Aparigraha, al lasciare andare, lavorerei in particolare sull’apertura delle anche e del bacino, laddove cioè tendiamo ad accumulare maggiormente le nostre tensioni emotive e dove, specialmente per le donne, si tende ad accumulare più peso. Il Chakra collegato a questa parte del corpo è il secondo, Svadisthana Chakra, e a livello delle anche abbiamo la capacità di lasciare che il nuovo entri nella nostra vita. Abbiamo il potere di creare qualcosa di nuovo, di aprirci alle possibilità e lasciare andare la paura e la resistenza al cambiamento.

L'energia contenuta a questo livello è l'energia creatrice, sono infatti presenti gli organi genitali che permettono la creazione di una nuova vita, e questo nella nostra quotidianità influisce sulla nostra capacità di essere innovativi, entusiasti e positivi verso le novità.

- Anche le estensioni all’indietro, magari da sdraiati e avvalendoci dell’apporto di supporti come cuscini e mattoncini, possono favorire un atteggiamento di arrendevolezza e di apertura. Anche lavorare su Anahata Chakra può essere quindi utile.

- Parlando di distacco dalle cose, dalle persone, dal nostro corpo, possiamo ben intuire che il non attaccamento al ‘vecchio’ (quel che eravamo nel passato) o a certe abitudini difficili da sradicare, necessita di coraggio e consapevolezza. Quando la corazza emotiva inizia a pesarci davvero, il desiderio di leggerezza prende il sopravvento ed è lì che bisogna attingere al coraggio.

Mudra Abhaya in sanscrito significa ‘assenza di paura’, ritengo pertanto sia un mudra che ben si adatta ad aparigraha.

Nella sua realizzazione questo mudra è assai semplice: Il gesto è fatto con la mano destra alzata all'altezza della spalla con il braccio piegato ed il palmo rivolto in avanti.

E’ chiamato anche gesto del coraggio, simboleggia quindi la pace e l’atto di dissipare la paura ad ogni livello.

La mano sinistra si porta sul grembo o sul cuore nel significato di accettazione dei doni che l’universo ci elargisce continuamente.



- Un mantra che può rafforzare l’idea della resa e del lasciare andare può essere invece il seguente OM GAM GANAPATAYE NAMAHA: ‘mi arrendo a te e a tutti gli esseri viventi.’ Si dice sia un mantra molto potente, capace di rimuovere gli ostacoli e di attrarre abbondanza. E’ dedicato a Ganesha ‘Signore degli ostacoli’ e ‘colui che rimuove’.


lunedì 19 maggio 2025

BRAHMACHARYA

Sutra II,38: ‘Brahmacaryapratisthayam viryalabhah’. ‘Quando il praticante è fermamente stabile nella continenza, conoscenza, vigore, valore ed energia fluiscono in lui’. 

 


Negli Yogasutra di Patanjali, Brahmacharya è il quarto degli Yama.

Letteralmente significa ‘vivere in Dio’, (‘camminare attivamente con la verità assoluta’) anche se spesso viene tradotto come il ‘controllo degli impulsi sessuali’.

‘Sentire il Divino in ogni momento della nostra vita’: la parola Brahmacharya deriva dalla parola sanscrita Brahman, che rappresenta la realtà ultima e la forza divina creatrice dell’universo. Quando attribuiamo al quarto yama il significato di ‘vivere in Dio’, significa cercare di sentire la presenza divina in ogni azione e momento della giornata. Così ogni atto quotidiano diventa un’espressione del divino, un atto sacro che dà nuovo significato e valenza alla nostra vita.

Brahmacharya e la castità: come accennato precedentemente, Brahmacharya è però più spesso associato all’astinenza sessuale. Questo perché, nell’India tradizionale, il brahmacharya rappresenta quella fase dell’esistenza che corrisponde all’apprendistato.

In questa fase il discepolo vive in castità fino a quando rimane nella scuola del Maestro, e la sua vita sessuale comincerà solo da adulto, con l’assunzione del ruolo di capofamiglia.

Per gli asceti, il Brahmacharya rimane associato al significato di castità. Siccome nel cammino spirituale ogni energia deve essere devota alla ricerca della Verità, l’asceta si astiene da ogni rapporto sessuale per non dissipare le sue energie all’esterno.

Ma qual è il significato più pertinente di Brahmacharya nell’epoca moderna?

Per un praticante laico che vive nel mondo moderno, il rispetto del Brahmacharya assume due significati principali.

Il primo è il controllo degli organi di riproduzione, che si traduce nella conduzione di una vita sessuale corretta verso il proprio partner e controllata nei confronti delle altre persone. Tale rispetto si traduce nel non consumare rapporti sessuali al di fuori della coppia, per non creare sofferenze agli altri appagando un desiderio personale. Un tale comportamento non è comunque ammissibile in quanto sarebbe contrario al primo yama, ovvero ahimsa (la non violenza).

Il secondo significato di Brahmacharya è, invece, il più generale controllo degli organi di senso. Il quarto yama ci insegna quindi a non essere schiavi dei nostri sensi, ma a esercitare un sano controllo su di essi. Questo punto è particolarmente importante se pensiamo alla società consumista nella quale viviamo: i nostri sensi sono sempre e costantemente bombardati di immagini e stimoli. Stimoli che, se non gestiti, ci inducono ad un consumo smisurato di beni e risorse. Il consumo irresponsabile (cibo, beni, risorse, ma anche le nostre energie) è sintomo di un vuoto spirituale o emotivo che cerchiamo di colmare. 

Al consumo eccessivo e compulsivo non corrisponderà mai un senso di appagamento permanente, essendo che colmiamo il nostro vuoto con beni effimeri; al contrario seguirà un sentimento di frustrazione e inadeguatezza.

La ricerca ossessiva di beni materiali porta squilibrio anche sul piano delle aspettative: quando vorremmo, ma non possiamo soddisfare questi bisogni indotti, ci sentiamo falliti, esclusi.

Brahmacharya ci invita quindi alla moderazione, a consumare in modo consapevole, a evitare gli eccessi in tutti i campi della nostra vita, alla ricerca dell’equilibrio.

Il consumo consapevole avviene anche a livello energetico: dobbiamo imparare a conservare, proteggere la nostra energia, dedicando tempo quotidiano alla pratica dello Yoga, della meditazione, o di altri riti spirituali che ci connettono con l’energia divina e ci permettono di evolvere.

Inoltre bisogna imparare a usare la nostra energia in modo appropriato. Ovvero non dissiparla in azioni o pensieri inutili o addirittura dannosi per noi o per gli altri, ma usarla per delle cause sublimi e per il bene comune.


Brahmacharya nell’approccio alla pratica yoga

Brahmacharya, nelle sue traduzioni e nei suoi diversi significati trova applicazione nella pratica di asana, arricchendo l’esperienza sul tappetino di un significato importantissimo:

- nel suo significato più letterale di  ‘camminare attivamente con Brahma (la verità essenziale, l’energia divina)’  fa sì che l’esecuzione di asana diventi anche esperienza dello spirito oltre che del corpo e della mente.

Asana, eseguito con consapevolezza della sacralità dell’esperienza e con l’attenzione rivolta alla percezione della propria energia mentale, spirituale e fisica, diventa mezzo che conduce, o perlomeno aiuta, a raggiungere l’ unione, a sperimentare il vero yoga. Eseguire con questa attitudine ad esempio Surya Namaskara (saluto al Sole) o Chandra Namaskara (saluto alla Luna) assume anche il significato di dedicare i nostri movimenti ad un’entità divina, superiore, significa percepire ed onorare le differenti energie (maschile in Surya N. e femminile in Chandra N.) e far sì che il nostro io individuale si rapporti con quello universale. 

Si comprende facilmente che le stesse sequenze, private di quest’accezione così importante o private più semplicemente dell’attenta disamina delle nostre energie interne, non si discosterebbero molto da una qualunque pratica ginnica.

- Nell’accezione di ‘controllo dei sensi’, e di ‘contenimento dell’energia’ anche brahmacharya, come satya ed asteya, ci invita a rivolgere il nostro sguardo interiore verso ciò che accade dentro di noi e non al di fuori mentre pratichiamo. Nel suo invito alla moderazione brahmacharya si riallaccia anche ad ahimsa nel ribadire la necessità di mantenere una posizione stabile e comoda, senza farci prendere dalla bramosia di superare i nostri limiti e forzare il nostro corpo in modo disarmonico, dissipando energia inutilmente.

Imparando a praticare Asana con amorevolezza (ahimsa), verità (satya) e onestà (asteya) senza voler soddisfare il nostro ego, ‘camminiamo con Brahman’ (brahmacharya).


Alcuni spunti per una pratica dedicata a Brahmacharya 

Il controllo dell’energia e la sua risalita è un argomento molto caro allo yoga. Esistono diverse pratiche che agiscono in tal senso, innanzitutto rinforzando la zona pelvica e gli organi adiacenti ed in secondo luogo orientando l’energia verso l’alto. Il chakra di riferimento di queste pratiche è Muladhara chakra. Il perineo, cioè la zona tra l’ano e genitali , funge da sostegno alla parte inferiore del tronco: esso deve garantire solidità e tonicità. Mantenere in tonicità questa fascia muscolare significa non soffrire di prolasso o di incontinenza. 

- I Bandha, chiusure o contrazioni fisiche volontarie che coinvolgono determinati gruppi di muscoli e tendini, risultano molto efficaci per irrobustire, rinforzare, rivitalizzare quelle zone in cui la nostra energia va ad accumularsi maggiormente. Queste chiusure servono a canalizzare e utilizzare nel modo corretto e ottimale il respiro e l’energia pranica ad esso collegata. 

I bandha sono pertanto molto importanti sia nel controllo del respiro, che in specifiche posizioni e meditazioni. Il loro impatto è enorme sia sul sistema fisico, che su quello energetico, mentale, emozionale e spirituale.

In una pratica orientata a sperimentare il controllo della nostra energia i Bandha assumono pertanto un ruolo primario. Ecco perché in una pratica dedicata a brahmacharya farei lavorare sui quattro bandha principali:

La chiusura del collo, o Jalandhara Bandha.

La chiusura del diaframma, o Uddiyana Bandha.

La chiusura della radice, o Mulabandha, che riguarda l’area attorno al pavimento pelvico e il basso addome.

La grande chiusura, o Mahabandha che è composta dalle prime tre.

Naturalmente per familiarizzare l’allievo a questi bandha proporrei una pratica rispettosa anche del principio di ahimsa, prestando attenzione cioè alla moderazione che una pratica che coinvolge l’attivazione di certe energie richiede. Senza eccessive forzature, i bandha potrebbero venire inseriti in esercizi di pranayama oppure coinvolti in alcune posizioni.

- Anche una pratica che metta l’accento sui nostri centri energetici, i Chakra, potrebbe essere utile affinchè l’allievo familiarizzi con i concetti di Prana, di Nadi e di come la nostra energia si distribuisce nel nostro corpo. 

I chakra principali sono 7 (Muladhara ,Svadhisthana, Manipura, Anahata, Visuddha, Ajna, Sahasrara) ed ognuno di loro, oltre ad avere caratteristiche specifiche, è associato a determinate emozioni, sensazioni, funzionalità mentali e spirituali. Lavorare sui diversi  chakra nella pratica, assumendo determinate posizioni ci permetterà di volta in volta di comprendere come, lavorando con determinate parti del corpo, si possano ‘massaggiare’ i nostri organi interni, migliorando la circolazione locale e quindi l’ossigenazione dell’organo in questione. 

- In una pratica che ci inviti alla moderazione e alla distribuzione armoniosa della nostra energia sarà poi utile, portare attenzione alle coppie di opposti. Tutta la pratica yogica d’altronde è una ricerca di equilibrio, cioè della giusta ‘via di mezzo tra due polarità’.  L’Hatha Yoga, cioè l’unione di Sole (Ha) e Luna (Tha), è uno dei percorsi per realizzare questa integrazione, risvegliando e armonizzando in sé proprio Sole e Luna.

Questi due elementi sono simboli universali di conoscenza (il Sole ci permette di vedere/apprendere durante il giorno, la Luna ci ‘illumina’ nelle tenebre), ma anche simboli di forza maschile e forza femminile, di azione e passività, di estroversione e introversione, cioè di tutti gli opposti attraverso i quali la vita si manifesta. 

Una pratica armoniosa si avvarrà pertanto di posizioni in cui viene dato spazio sia all’energia maschile che a quella femminile. Verranno pertanto proposte sia asana più ‘maschili’, che richiedono una certa forza e che sviluppano calore, risvegliano le energie, rivitalizzano il corpo e favoriscono l’estensione articolare e muscolare, sia asana più ‘femminili’, più statici, morbidi e lenti. Mantenere per più tempo una certa postura aiuta i legamenti ad ammorbidirsi, inoltre permette di sciogliere lentamente e senza sforzo eventuali tensioni.

Anche prestare particolare attenzione sulle forze che agiscono nel mantenere una posizione ‘comoda e stabile’, sul dispendio di energia di una parte del corpo a scapito di un’altra e cercare di armonizzare tali forze è di primaria importanza per una corretta esecuzione dell’asana. Nel sutra II, 47 Patanjali ci parla di ‘rilassamento nello sforzo’ e di ‘contemplazione dell’infinito’ come presupposti necessari affinchè l’asana possa divenire ‘stabile e comoda’. Nel momento della staticità di una posizione metterei pertanto l’accento sul fatto che occorre osservarsi, ridurre l’intensità, adattarsi, rilassando le parti che non servono per mantenere l’asana. Solo così possiamo anche capire dove si annidano le nostre resistenze e raggiungere quello stato di quiete che ci consente di entrare quasi in uno stato meditativo in cui la nozione di tempo e spazio scoloriscono. 

- Grande importanza per quanto riguarda la distribuzione della nostra energia riveste naturalmente il respiro. Varie tecniche di pranayama sono a disposizione dell’allievo per sperimentare l’incremento della propria energia interna o per evitare che vada a dissiparsi all’esterno. In questo caso specifico, proporrei una pratica di pranayama dolce:

Prana Mudra pranayama: un Mudra che ha a che fare con l’energia del nostro corpo è ‘Prana Mudra’. Questo Mudra va a stimolare il chakra della radice, il quale a sua volta risveglia e dà energia al corpo e a tutti gli organi. È direttamente collegato al cuore e allo spirito della persona. Per eseguirlo associato alla respirazione, occorre sedersi a terra, mantenere le gambe incrociate e  la schiena ben dritta. Tutto quello che occorre fare a questo punto è concentrarsi sul proprio respiro e semplicemente toccare il pollice con il mignolo e l’anulare, mentre il medio e l’indice devono restare tesi e dritti.

Può essere anche utile visualizzare delle radici che dal corpo penetrano nel terreno portando via tutta l’energia negativa. Quando ci si sente pronti si richiamano a noi queste radici che  porteranno nel nostro corpo l’energia positiva proveniente dalla terra.

- Infine per celebrare brahmacharya, un mantra che ci rammenta quale sia la principale fonte della nostra energia vitale: OM SOM SOMAYE NAMAHA ‘Siamo tutti connessi, l'universo respira attraverso il nostro corpo ininterrottamente.’


giovedì 1 maggio 2025

YOGA e ADOLESCENZA

Quando alcuni (pochi, dai!) decenni di anni fa iniziai a frequentare un corso di hatha yoga (allora avevo 12 anni) questa disciplina non era così diffusa e ancora più impensabile che potesse essere rivolta ad un pubblico di giovani. All'interno del mio gruppo fui subito considerata "la mascotte" e mi inserii comunque bene. I miei genitori assecondarono allora questa mia "strana" inclinazione con una certa sorpresa (e forse una celata preoccupazione!) constatandone però anche gli immediati benefici su di me, soprattutto a livello emotivo. Allora ero molto timida e lo yoga sembrava conferirmi una certa sicurezza e soprattutto calmava la mia mente iperattiva.
Devo ammettere che anche constatare la facilità con la quale entravo nelle posizioni anche più impegnative (a dispetto dei miei compagni "più vecchi" sic) mi faceva sentire bene, fisicamente prestante e più consapevole delle mie potenzialità.
Col senno di poi comprendo ancora meglio che le posizioni yoga riescono a favorire il radicamento e la stabilità, in particolare le posizioni di equilibrio sviluppano la capacità di trovare il proprio centro e di resistere alle oscillazioni, due peculiarità che fisiologicamente mancano nel momento delicato dell'adolescenza.


martedì 29 aprile 2025

ASTEYA

Sutra II,37: Asteyapratisthayam sarvaratnopasthanam. ‘Quando l'onestà è ben consolidata, ogni genere di gemma si presenta spontaneamente di fronte allo yogi’. 


ASTEYA, il terzo dei 5 principi di Yama, letteralmente significa ‘non rubare’, tuttavia il significato di questo precetto va al di là della semplice appropriazione indebita di qualcosa che non ci appartiene. Infatti, il termine si riferisce anche a non desiderare di appropriarsi di cose altrui. Il desiderio di appropriazione diventa spesso la causa principale della nostra sofferenza. Quando le cose  (o le persone!) diventano oggetto del nostro desiderio di possesso,  sviluppiamo senso di attaccamento e aspettative che ci distolgono da ciò che conta realmente: l’accettazione incondizionata del Sé, la consapevolezza della sua pienezza e della sua integrità. 

In questo senso Asteya significa quindi essere grati per ciò che siamo veramente, senza caricarci di ruoli culturalmente imposti, e accettare gli altri per quello che sono, senza desiderare di cambiarli per adattarli alla nostra visione della vita o a un ruolo imposto dalla società.

Ma in quali altri modi, più o meno inconsapevolmente, ‘sottraiamo’, ‘rubiamo’ agli altri e a noi stessi?

Sottraiamo la vita all’animale quando ce ne cibiamo, sottraiamo risorse alla Terra quando la sfruttiamo all’eccesso, la disboschiamo, la inquiniamo... (e qui Asteya va di pari passo con Ahimsa opponendosi ad un consumismo smodato e alla mancanza di rispetto ambientale).

Sottraiamo energia agli altri quando richiediamo la loro costante attenzione (diventando veri e propri ‘vampiri energetici’) o quando riversiamo all’esterno i nostri malumori influenzando anche lo stato d’animo di chi ci è vicino.

Sottraiamo energia al nostro corpo quando lo sottoponiamo a diete ferree poco salutari o ad esercizi fisici di estrema intensità inseguendo modelli fisici imposti dall’esterno di noi.

La derubiamo a noi stessi quando diventiamo preda di costante preoccupazione e ansia, sempre rivolti ad un futuro che ancora non esiste, privandoci dello spazio per godere della pienezza del momento presente, della pace e della gioia che potremmo esperire non turbati da “agitazioni mentali’.

Derubiamo energia e salute a noi stessi anche ogni qualvolta il nostro sguardo si rivolge al di fuori di noi per desiderare, magari con invidia, ciò che non ci appartiene (un particolare status sociale, beni di lusso, un aspetto da copertina...) volendo emulare modelli ideali di vita e alimentando l’idea che ‘l’erba del vicino è sempre più verde’.

E’ una forma di furto anche il plagio, l’utilizzo improprio o senza permesso delle conoscenze e del sapere di altre persone...   

Come si può vedere i casi in cui diventiamo possibili artefici di ‘furto’ sono molteplici e non così estranei alla nostra quotidianità. Anche in questo caso Patanjali ci esorta ad osservare con cura i nostri comportamenti e a vivere una vita più in linea con i principi dello yoga, accontentandoci di ciò che possediamo, conducendo una vita senza eccessi e coltivando la gratitudine e la presenza. 

Yogasutra ci insegna infatti che quando impariamo a mettere in pratica Asteya, potremo in modo naturale fare l’esperienza dell’abbondanza e ricevere dalla natura il meglio di ogni cosa. 

Rafforzando il senso morale attraverso l’osservazione dei nostri pensieri, sentimenti, emozioni, evitando di macchiare la coscienza anche con le forme più sottili di appropriazione indebita, otteniamo la chiave di svolta per la trasformazione, ed è allora che ‘tutti i gioielli ed i tesori si presentano allo Yogi’.


Asteya nell’approccio alla pratica yoga

Se Asteya ci conduce a coltivare l’intenzione di essere onesti nella relazione con la vita che ci circonda, ad accettare ciò che siamo, nella pratica dell’hatha yoga ciò si traduce primariamente nel vedere la bellezza del nostro corpo così com’è, dato che anch’esso è espressione della natura e di quell’energia primordiale che vive in noi.  Applichiamo Asteya, l'onestà nel saper accettare veramente quello che si è, ricercando la Verità dentro di noi. Lo sguardo in questo caso è rivolto alla nostra interiorità, concentrato, e non si lascia distrarre dagli stimoli esterni. 

Quando durante la nostra pratica volgiamo lo sguardo al di fuori di noi spesso perdiamo questa concentrazione, ma cosa ancora più grave, finiamo per confrontarci con gli altri e a cadere nella trappola dell’emulazione. Ecco che in questo senso praticare insieme ad altri, comporta anche degli ostacoli, che se non ponderati bene, rischiano di allontanarci dallo spirito dello yoga.

Forse dovuto all’educazione scolastica che abbiamo ricevuto, più o meno tutti abbiamo la sensazione di dover ‘essere bravi’ per ottenere qualche risultato, è quindi troppo facile lasciarsi prendere dalla tensione di voler far subito tutto e bene. In questo caso è fondamentale ricordarsi che lo yoga anche nella sua parte più fisica della pratica degli asana, è un processo in costante divenire e per superare certe limitazioni e tensioni che si sono magari formate in tanti anni, è indispensabile procedere in modo progressivo e rispettoso delle caratteristiche individuali. 

La tendenza a guardare e a paragonarsi ad altri è dannosa e se nello sport può avere un senso, nella pratica dello yoga la competizione non dovrebbe trovare posto, perchè porta a vivere una contraddizione che conduce molto distante dall’essenza stessa di questa disciplina. 

Per contro, esiste un altro aspetto da considerare indesiderabile ai fini di una buona pratica: lo scoraggiamento o il senso di inferiorità che a volte deriva quando l’istinto alla competizione è stato frustrato dal paragone con altri o da inutili autocritiche.

Che fare in questo caso? Occorre riportare lo sguardo dall’esterno all’interno di noi, concentrandoci  durante la pratica sul nostro spazio interiore, ascoltando il nostro 

corpo e i suoi messaggi per adeguare ad essi la pratica.

Anche seguire il ritmo del respiro che accompagna i gesti ci aiuta ad accedere alla nostra dimensione più interiore e ad esplorare con curiosità le possibilità, e con rispetto i limiti.

E’ quindi importante anche durante la nostra pratica sul tappetino ‘non desiderare ciò che non ci appartiene’ (la ‘performance’ del vicino di tappetino ad esempio) portando saldamente il nostro sguardo solo alla nostra persona, e in particolare alla nostra interiorità. 


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Asteya

Nel considerare una pratica dedicata ad Asteya mi verrebbe naturale considerare questi elementi:

- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Asteya

- Favorirei la presenza e la focalizzazione sul momento presente. Lo sguardo dell’allievo verrebbe ricondotto spesso ad un Drishti, un punto fisso. Attraverso di esso infatti si riesce più facilmente ad ‘isolarsi’ e si può condurre la visione più facilmente verso il proprio mondo interiore. In questo modo è più semplice ascoltare i segnali del corpo, i pensieri, le emozioni e non lasciarsi fuorviare dal paragone con altri. 

- Anche per questo motivo lavorerei soprattutto con le  posizioni di equilibrio: risultano infatti molto utili per monitorare la ‘direzione’ della nostra mente, quando si tende a volgere lo sguardo all’esterno di noi (in quel territorio che non ci dovrebbe appartenere) e cadere nella tentazione di confrontarci con i nostri compagni di pratica. A tal proposito è interessante notare che durante l’esecuzione di una posizione come Vrksasana (l’albero) quando l’ego prende il sopravvento, quando subentra la competizione, il giudizio, il confronto, spesso accade che l’equilibrio diventi più precario. Il corpo in questo caso segue la direzione della mente che lo fa vacillare. Ecco che ancora una volta la vritti, il ‘vortice mentale’ ha l’effetto di fuorviare la nostra consapevolezza. Occorre uno sforzo di concentrazione per ricondurla all’interno di noi e farci accettare l’idea di essere nella posizione più giusta per noi in quel momento.

- Utili per ancorare la consapevolezza nel nostro centro e avvertire la ‘pienezza’ del momento presente anche le posizioni di radicamento, che vanno a lavorare su Muladhara, il 1° chakra. Una volta in equilibrio questo chakra ci fa avvertire pienamente la nostra stabilità, la nostra sicurezza e la fiducia in noi stessi. Senza ricercarla al di fuori di noi.

- Nel non voler rubare energia a una parte del corpo rispetto ad un’altra, sarebbe importante fare attenzione al bilanciamento anche durante lo sforzo, equilibrare il lato anteriore e il lato posteriore, il destro ed il sinistro. In posizioni come Adho Mukha portare l’attenzione ad una distribuzione simmetrica ed equilibrata del peso corporeo..

- Anche ricondurre l’attenzione al respiro favorisce la concentrazione e aiuta a rimanere ancorati al momento presente. Una pratica di pranayama come Nadi Shodana in particolare potrebbe essere molto efficace per bilanciare le nostre opposte energie (maschile e femminile, attiva e passiva) e condurci a quell’equilibrio mentale che non ci fa oscillare pericolosamente al di fuori di noi.

- Mudra per un maggiore equilibrio e gratitudine: Anjali Mudra


Appoggiando le mani unite davanti all’Anahata Chakra, il Chakra del cuore, simboleggia l’armonia tra la parte destra e la parte sinistra, nonché l’equilibrio tra le due parti che si crea proprio nella zona del cuore. La mano destra rappresenta il calore, il giorno, il sole, il futuro, mentre la mano sinistra rappresenta il freddo, la notte, la luna, il passato. Unendole portiamo il nostro corpo, la nostra mente e le nostre energie al qui e ora, al presente. Questo gesto connette anche i due emisferi del nostro cervello. Anjali Mudra è solo in apparenza un gesto semplice. In realtà, è molto importante per prepararsi alla pratica meditativa e/o yogica. È anche un gesto attraverso cui le turbolenze dell’Ego si placano.

- Mantra: SAMPRATI HUM

Particolarmente pregno di significato, trovo che questo mantra riassuma molto bene ciò che coltivando la gratitudine siamo in grado di ottenere:

‘Il momento presente è il mio vero io. Non ho bisogno di altro per essere completo; sono integro adesso. Non ho bisogno che questo momento sia altro da quello che è; è abbastanza adesso. Posso fidarmi di me stesso cercando dentro di me ciò che cerco. Essendo qui ed essendo grato ora, mi sento veramente vivo nel momento presente. Posso apprezzare la gioia di essere semplicemente qui’.


sabato 26 aprile 2025

LE INVERSIONI E I LORO BENEFICI

1. Migliorano la circolazione. Nelle inversioni il flusso sanguigno è anch’esso invertito. Il sangue fluisce più facilmente dalle estremità verso il cuore. Ciò consente di drenare i liquidi dai piedi dando una sensazione di benessere a chi soffre di vene varicose o ne è predisposto. 

2. Aumentano l’apporto di ossigeno al cervello. La forza di gravità consente di rifornire il cervello con una maggiore quantità di ossigeno e sangue potenziando le sue funzioni, la concentrazione, la memoria e la capacità di di analisi. Inoltre ciò concede un po’ di riposo al cuore, sempre impegnato a pompare sangue verso il cervello. 

3. Invertono il processo di invecchiamento. Capovolgendo la direzione della forza di gravità, le inversioni stimolano una sorta di lifting facciale perché i muscoli del viso si “muovono” in un senso che non è quello abituale. Inoltre l’apporto di nutrienti e ossigeno alla pelle produce un effetto smagliante. Lo stesso vale per il cuoio capelluto e per la salute dei capelli. Tanto che c’è chi dice che una pratica costante riduce la comparsa di capelli bianchi.  

4. Potenziano il sistema immunitario. Il sistema linfatico gioca un ruolo chiave nel garantire la salute del nostro organismo: la linfa trasporta le tossine e i batteri destinati ad essere eliminati dai linfonodi. Visto che a farla muovere sono la contrazione dei muscoli e la forza di gravità, stare a testa in giù le permette di viaggiare più facilmente verso l’apparato respiratorio dove risiede la maggior parte delle tossine. 

5. Danno una carica di energia. Quando si ha un momento di calo delle energie durante la giornata, praticare le inversioni può risultare la carta vincente. Le versioni più sfidanti, come Shirshasana o Adho Mukha Vrksasana, fanno fluire una maggiore quantità di sangue al cervello agendo da sveglia per tutto il corpo e pure per le funzioni cognitive. Altro che caffè! 

6. Oppure rilassano. Le versioni più soft delle inversioni come sarvangasana, la classica candela, o Halasana (l’aratro) aiutano a calmare il sistema nervoso attivando il sistema parasimpatico e producendo un senso di calma ed equilibrio. 

7. Migliorano l’autostima. Pensavate che non sareste mai riusciti ad eseguire una posa di inversione e invece ce l’avete fatta? Perfetto: il vostro livello di autostima ha fatto un salto in avanti e sicuramente avrete interiorizzato che non esistono limiti, se non nella vostra mente.  

8. Offrono una diversa prospettiva. Guardare il mondo a testa in giù ha un effetto anche sulla nostra psiche: ci fa capire che non esiste un solo modo per vedere la realtà e un solo modo per reagire. 

9. Rafforzano gli addominali. Per mantenere una posa di inversione per un periodo di tempo prolungato bisogna attivare i muscoli obliqui e il trasverso. Un bell’esercizio che non si vede, ma c’è. 

10. Sono divertenti. E’ un po’ come tornare bambini: provare, cadere, ridere. Anche e soprattutto di se stessi. Le inversioni ci fanno mettere in gioco, senza prenderci troppo sul serio, senza attendersi un risultato. Ci insegnano a lasciare andare.

... e quindi che aspettiamo a metterci a testa in giù?!



sabato 19 aprile 2025

PSOAS: ALLENIAMO IL MUSCOLO DELL’ANIMA


Non tutti conoscono l’importanza del muscolo Psoas, detto anche muscolo Ileopsoas. Dove si trova questo muscolo, innanzitutto? Il muscolo Psoas svolge la funzione fondamentale di collegare le gambe alla colonna vertebrale. Ma il suo ruolo non riguarda soltanto il mantenimento dell’equilibrio e il sostegno della nostra struttura ossea.
Nelle tradizioni orientali lo Psoas è considerato il muscolo dell’anima. Allenare questo muscolo potrebbe aiutarci a superare ansia e paura. Questo muscolo viene spesso definito come il nucleo più profondo del nostro corpo. È importante per il movimento, l’equilibrio strutturale, la funzionalità articolare, la flessibilità e molto altro ancora.

Lo Psoas svolge il ruolo fondamentale di aiutare a mantenere il corpo in posizione verticale. Durante il rilassamento da supini è importante che questo muscolo sia in grado di decontrarsi in modo che il nostro corpo possa rilasciare tutte le tensioni. Gli esercizi di rilassamento che si svolgono sdraiati sulla schiena, tipici dello Yoga, coinvolgono lo Psoas senza che ce ne rendiamo conto e contribuiscono a riconnetterci al momento presente.

Le ricerche in ambito corporeo e spirituale indicano che lo Psoas è vitale per il nostro benessere psicologico oltre che per la salute del nostro corpo a livello fisico. Ad esempio secondo Liz Koch, autrice del libro The Psoas Book, questo muscolo incarna il nostro più profondo desiderio di sopravvivenza e la nostra volontà di prosperare. A suo parere, mantenere sano il muscolo Psoas ha effetti benefici sia a livello fisico che psicologico.

In particolare il buon funzionamento di questo muscolo e la sua posizione corretta durante il rilassamento ci aiuterebbero a superare ansie e paure. La contrattura del muscolo Psoas e problemi alle anche o alla schiena eventualmente correlati ad esso potrebbero impedirci di muoverci nel mondo come vorremmo e potrebbero condurci a rinunciare ad entrare in gioco nelle nostre giornate con la massima energia. Con il passare del tempo la scienza probabilmente avvalorerà sempre più l’importanza di questo muscolo per il nostro benessere fisico e psicologico.

Perché lo Psoas è considerato così importante per rilassarsi e per aiutarci a superare ansie e paure? La motivazione è molto semplice. Questo muscolo non è collegato soltanto alle gambe e alla colonna vertebrale, ma anche al diaframma. Il diaframma è fondamentale per la nostra respirazione, ancor di più quando parliamo di una respirazione calma e profonda. Ed è proprio la capacità di calmare, rallentare e rendere più profondo il respiro che rilassa sia il nostro corpo che la mente.

Ansia e paura spesso si manifestano con una respirazione accelerata. Se Psoas e diaframma funzionano bene e se siamo consapevoli della loro presenza nel nostro corpo, possiamo imparare a sfruttarli a nostro vantaggio. Secondo Liz Koch, questo effetto benefico avviene perché lo Psoas avrebbe un legame diretto con la parte più antica del nostro tronco encefalico e del midollo spinale, chiamata cervello rettile.

Viviamo giornate frenetiche in cui ci sentiamo intrappolati in un contesto di fuga e lotta, come se fossimo ancora uomini primitivi. Siamo sopraffatti dallo stress e dall’agitazione ma possiamo migliorare questa condizione prestando maggiore attenzione alla mobilità del nostro corpo e alla nostra capacità di respirare bene.

La vita è una lotta – è un bene che lo sia per la nostra evoluzione interiore – e prenderci cura del nostro corpo e della nostra mente a partire da esercizi fisici, di respirazione e di rilassamento, è il primo passo per migliorare il nostro modo di affrontare la quotidianità e per non dimenticare il legame che esiste tra il nostro corpo e la nostra mente..

sabato 12 aprile 2025

NATUROPATIA è YOGA e YOGA è NATUROPATIA



Oggi vi voglio raccontare come stanno insieme queste due Vie e perché per me sono centrali in un percorso di benessere consapevole.
Come ormai sempre più persone sanno, la Naturopatia insegna come tenere conto dei ritmi naturali e dei ritmi individuali, per far sì che la vita scorra nel modo più armonioso possibile, e quando si devono affrontare delle sfide, insegna al nostro sistema (fatto di funzioni organiche, pensieri ed emozioni) come reagire e adattarsi nel modo migliore. Addirittura, quando è fattibile, possiamo apprendere come approfittare dei momenti di difficoltà per crescere e cambiare in meglio. La Naturopatia insegna come sostenere la salute e come creare una coerenza interna tale per cui l’individuo diventa il primo autore consapevole della propria esistenza.
Come ormai sempre più persone sanno, il significato etimologico della parola Yoga è “unire”, “unificare”. Lo scopo di questa pratica millenaria, che ha saputo affrontare la sfida del tempo, modificarsi e riproporsi in molti modi diversi (alcuni davvero molto creativi!), è di attivare nell’individuo la capacità di creare un sistema coerente, dove tutte le parti, per quanto differenti fra loro, si armonizzano attorno a un nucleo di consapevolezza, per generare un individuo plastico e meravigliosamente luminoso, capace di sintonizzarsi con i ritmi naturali e cosmici.
Queste due Vie, che ho il profondo piacere di portare nel mio quotidiano da tempo e di proporre a chi mi chiede di fare un percorso insieme, non sono per nulla distanti e possono piuttosto facilmente far parte di un sistema di cura di sé che vale la pena di imparare e praticare.
Certo, la mia cultura è occidentale e mi piacerebbe che gli insegnamenti delle scuole filosofiche greche e della Magna Grecia (come quella dei Pitagorici) fossero ancora fruibili, ma purtroppo non è così, anche se sono certa che avessero un loro “Yoga”, cioè esercizi fisici, respirazioni e meditazione, così come avevano le loro indicazioni alimentari e prescrizioni sulla salute. Devo quindi ringraziare l’India che ci ha fatto il dono di conservare un sistema completo e sufficientemente adattabile da poter essere impiegato con buoni risultati, anche se le radici cultura non sono identiche.
Nella pratica, queste due Vie come possono far parte di un percorso di salute?
Lo Yoga offre il supporto energetico e il sostegno fisico nel movimento, affinché le funzioni fisiologiche si svolgano correttamente; la Naturopatia fornisce il sapere in campo alimentare, nello stile di vita e nell’uso dei rimedi naturali. Il risultato è per forza un sostegno a 360° su ogni parte (mentale, fisica ed emozionale) che si armonizza con le altre e con il mondo che ci circonda.

tratto da:

martedì 1 aprile 2025

PER INIZIARE...





Più ore di sole, temperature miti, il risveglio della natura intorno a noi: l’arrivo della primavera è il momento giusto per ricaricare le energie dopo i rigori dell’inverno. 

Eppure, come tutti i cambi di stagione, può essere un momento problematico per molti. Da un punto di vista fisiologico, l’aumento delle ore di luce e anche dell’intensità dell’irraggiamento solare innesca un aumento della produzione di cortisolo, il famigerato ormone dello stress, che può essere alla base di molti sintomi frequenti in questo periodo: episodi di insonnia, nervosismo, sbalzi di umore, difficoltà di concentrazione e anche un senso di spossatezza fisica e psicologica.

Un ottimo rimedio per combattere lo stress, recuperare le energie e rimettersi in forma è sicuramente praticare lo yoga. Questa antica disciplina, il cui nome in sanscrito significa unione, ha lo scopo di connettere corpo e psiche e utilizza per questo le posizioni, la respirazione e la meditazione.

Dal punto di vista fisico, la pratica dello yoga rinforza muscoli e ossa di tutti i distretti corporei e migliora la flessibilità di articolazioni e tendini. 

Lavorando anche sull’equilibrio corporeo, migliora la postura e la coordinazione, aiutando a risolvere disagi comuni come il mal di schiena. Infine, ha anche effetti positivi sull’apparato cardiocircolatorio: agendo come antistress, contribuisce ad abbassare il battito cardiaco e la pressione sanguigna. 

Ma ci sono numerosi benefici anche dal punto di vista mentale: la respirazione e le posizioni assunte nella pratica inducono il rilassamento, riducono ansia e tensione e aiutano a entrare in uno stato di benessere e concentrazione. L’esercizio costante aiuta la concentrazione e la consapevolezza interiore, aumenta la capacità di gestire le emozioni senza lasciarsi travolgere.
Energia in equilibrio

Lo yoga è perfetto, quindi, per recuperare le energie e far sì che la primavera sia un momento di rinascita fisica e mentale.

La bella stagione è insomma un ottimo momento per cominciare a praticarlo! 😉

sabato 15 marzo 2025

SATYA

Sutra II,36: Satyapratisthayam kriyaphalasrayatvam. ‘Una volta che lo stato di verità è stato permanentemente stabilito, tutto quel che si dice si realizzerà perché si dice solo quel che è vero.’





Il secondo degli Yama, SATYA, viene comunemente tradotto come ‘Verità’. La parola sanscrita ha in sé un significato molto profondo. Infatti la radice ‘sa’ significa ‘vera essenza’, ‘vera natura’, mentre ‘ya’ sta per ‘essere’ (= incarnare la verità). Il sanscrito è una lingua vibrazionale, quindi una parola è molto di più di un’etichetta, racchiudendo l’essenza stessa della parola. In fede a ciò, la parola ‘sat’ assume il significato di ‘immutabile’, ‘senza distorsioni’.

Vivere secondo il principio di Satya significa sia vivere in armonia con la nostra vera essenza, ma anche imparare a vedere la realtà senza distorsioni. Non è quindi un comandamento, non è semplicemente ‘non mentire’. Il percorso dello hatha yoga ci porta sempre a considerare la relazione col corpo e con la nostra verità esistenziale.

Sovente ci identifichiamo con i nostri pensieri, con le nostre emozioni oppure ci identifichiamo con l’idea che gli altri hanno di noi, dimenticandoci di chi siamo realmente.

Vivere con onestà nei propri confronti significa prendere atto delle emozioni che stiamo vivendo, senza identificarci con esse. E’ normale sentirsi arrabbiati, frustrati, tristi… anche quando noi proviamo determinate sensazioni, ricordiamoci che noi non siamo l’emozione. Le emozioni, così come i pensieri, sono mutabili, cambiano. Ciò che rimane immutabile nel tempo è la nostra essenza (l’atman).

Integrare la verità nella nostra vita significa prendere coscienza di chi siamo e smettere di adeguarci a un ruolo, di seguire uno schema mentale imposto dall’esterno. Significa cominciare a vivere la nostra vita, senza preoccuparci del giudizio o opinioni altrui.  Significa anche rallentare, fare spazio all’interno della nostra mente.

Una volta che abbiamo imparato ad essere onesti con noi stessi, possiamo estendere la verità nelle relazioni con gli altri.

L’onestà è alla base di ogni relazione sana, forte e stabile. Essere sinceri con il prossimo ha diverse sfaccettature. Innanzitutto significa essere trasparenti e mostrare la nostra vera natura.

Significa anche non mentire all’altra persona, non storpiare l’accaduto, ma limitarsi a riportare i fatti accaduti. Su questo punto però bisogna chiarire che dire la verità è necessario solo quando non si arreca danno all’altro (in caso contrario si andrebbe in contrasto con Ahimsa) . Qualora essere onesti possa urtare o ferire l’altro, allora è preferibile agire con compassione e non fare/dire nulla.

Portare più verità nella nostra vita è un modo per vivere meglio non solo le relazioni con gli altri, ma anche e soprattutto è un modo per instaurare una relazione più sana con noi stessi.

Satya nell’approccio alla pratica yoga

Il principio di verità può essere esteso anche alla pratica di Yoga. Spesso quando pratichiamo ci lasciamo travolgere dall’Ego, per cui diventa più importante l’esecuzione di una determinata posizione fisica piuttosto che il rispetto del nostro corpo e dei nostri limiti.

Nello Yoga non esiste competizione e il punto di arrivo non è l’esecuzione perfetta dell’asana. Il punto di arrivo, semmai, è la scoperta del nostro Sè, che avviene anche attraverso il corpo. Così come non dobbiamo usare violenza (himsa) durante la pratica, forzando il nostro corpo a rimanere in una determinata posizione, non dobbiamo neanche mentire a noi stessi. Quando una posizione è particolarmente difficile e dolorosa, facciamo un passo indietro. Proviamo ad allentarla, riconosciamo onestamente e apertamente che quello è il nostro limite.

Di base, anche in questo caso, è importante ascoltare se stessi e chiederci ad esempio se in un determinato momento della nostra giornata il nostro corpo ci richiede una pratica più rilassante o al contrario, ha bisogno di energizzarsi e quindi di dedicarsi ad una pratica più intensa. Ben diverso da questo è il nutrire aspettative, proiettare nel nostro schermo mentale l’immagine di una nostra performance ideale, il voler riprodurre  a tutti i costi l’asana acrobatica raffigurata in una rivista o catturata sul web (magari sul profilo Instagram di un’avvenente  e snodatissima fanciulla!). Torniamo ‘a noi’ in questo caso, alla nostra verità nel momento presente e a come ci sentiamo davvero, senza proiezioni.

Ma se il sovraccaricarsi di aspettative è nocivo e annulla i benefici della pratica anche il sottostimarci è errato. Quando ci consideriamo ‘principianti’ e continuiamo a ripetercelo (atteggiamento pertanto lodevole se questo ci porta ad assumere sempre un atteggiamento di umiltà e di disposizione all’apprendimento) stiamo però attenti a non cullarci nell’idea di non progredire mai e di non metterci mai alla prova per pigrizia, preferendo rimanere sempre in una zona ‘comfort’ di sicurezza e di abitudine. Anche in questo caso non siamo totalmente onesti con noi stessi perché magari potremmo fare di più, ma abbiamo paura di sondare territori inesplorati e magari incorrere in delusioni (altre proiezioni mentali). 

Ansia da prestazione o al contrario senso di orgoglio per essere ‘più bravi’ coinvolgono nuovamente l’Ego e il suo atteggiamento giudicante, mentre quando si è veramente concentrati e la mente è focalizzata su quello che si sta facendo, non rimane spazio, nè tempo, nè voglia, per fare paragoni con altri o proiettare immagini di un nostro io ideale quanto fallace, non veritiero.

Non ci sarà allora frustrazione, nè senso di inadeguatezza, nè esaltazione dell’ego, e ogni piccolo miglioramento, ci riempirà di gioia come fosse una grande conquista, e di fatto lo è, perché sono i più piccoli cambiamenti che costruiscono i più grandi risultati.


Alcuni spunti per una pratica dedicata a Satya

Per una pratica dedicata a Satya proporrei uno schema che tenesse conto di questi elementi:

- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Satya

- Inviterei a porre attenzione alla propria interiorità, al proprio stato d’animo e a focalizzare l’attenzione sulle reazioni, fisiche ed emotive, causate dalla tenuta di un asana. Richiamerei frequentemente alla presenza e ad una osservazione onesta di sé.

- Lavorerei in particolare con i piegamenti in avanti che hanno un particolare effetto sul sistema nervoso e aiutano a placare l’attività compulsiva della mente. Andare ‘in chiusura’ verso noi stessi (pensiamo alla posizione di Paschimottanasana) portando in connessione la parte superiore del corpo con quella inferiore significa anche portare a contatto i chakra superiori con quelli inferiori, la nostra parte più spirituale con quella più materiale e ci da l’occasione per entrare in contatto con il nostro bambino interiore, con il centro della nostra energia emotiva. 

Personalmente trovo le posizioni di flessione in avanti molto favorevoli alla centratura in noi stessi, all’ascolto della nostra voce interiore più profonda. Chinare il capo inoltre ha anche la valenza simbolica di abbandonare ciò che non ci appartiene per ricercare la nostra autenticità.

- Lavorerei anche su posizioni che vadano a stimolare il 5° chakra e jalandhara bandha.
Vishuddha che significa purificazione, è la sede della comunicazione; stimolare questo chakra e liberare la sua energia ci consente di esprimere la nostra verità con le parole e con le azioni. 

- In conclusione: Mudra del ‘Sat Kriya’ (o Kali mudra) e mantra SAT NAM.

Un gesto semplice ma molto potente che favorisce l’eliminazione di tutto ciò che non serve più e purifica corpo, mente ed emozioni da tossine, impurità, stati d’animo e pensieri che semplicemente appesantiscono il nostro essere.






Per le donne: intrecciare le dita tenendo stesi gli indici e incrociando il pollice sinistro sul destro.
Per gli uomini: invertire la posizione delle dita, sempre gli indici sono stesi e a contatto. Il pollice destro si incrocia sul sinistro.
‘Siedi sui talloni e allunga le braccia sopra la testa, pronuncia mentalmente o a voce alta il mantra ‘Sat Nam’ più volte (inspira su ‘Sat’, espira su’ Nam’). Lascia andare e permetti al flusso della gioia di scorrere liberamente dentro di te, ascolta la tua verità interiore..’

SAT NAM …  Agisco ‘nel nome della Verità’..

mercoledì 5 febbraio 2025

AHIMSA


Sutra II,35: Ahimsapratisthayam tatsannidhau vairatyagah. ‘Una volta che una condizione di durevole non-violenza è stata stabilita, qualsiasi ostilità intorno cesserà’






“Primum non nocere” direbbe Ippocrate, e guarda caso, AHIMSA è proprio il primo ‘precetto’ degli Yama negli Yoga Sutra di Patanjali. Il termine sanscrito Ahimsa è composto dalla negazione ‘a’, 'non' e ‘himsa’, forma desiderativa del verbo 'han' 'uccidere, nuocere'. 
Tradizionalmente Ahimsa indica pertanto l’assenza del desiderio di nuocere o danneggiare in alcun modo qualunque essere vivente e non solo con le proprie azioni, ma anche con i pensieri, i desideri e le parole. Da qui si intuisce che il principio di Ahimsa va dunque ben oltre la traduzione letterale di ‘non uccidere’, poiché implica un atteggiamento globale, onnicomprensivo, di rispetto e valorizzazione di ogni essere. E’ possibile infatti applicare questo principio ad un luogo, ad un animale, ad un oggetto, ad una persona, ad un’ azione: tutto va trattato con rispetto e con cura, ogni cosa va fatta con dedizione e attenzione.

Praticare Ahimsa è pertanto il primo dovere morale dello yogi che si dispone a contrastare ogni forma di violenza: quella fisica in primis; guerra, aggressività e collera sono solo alcune delle sue manifestazioni. Nuocere ad un’altra persona intenzionalmente costituisce una forma di violenza che nuoce alla mente e al corpo arrecando danni non solo alla vittima, ma anche a colui che compie l’azione e ai suoi testimoni. C’è poi la violenza verbale: possiamo causare diverse ferite attraverso ciò che diciamo. Ogni nostra parola, anche quando detta con buone intenzioni, è potenzialmente dannosa per chi ci ascolta. La parola è un dono e l’abilità nel parlare richiede maestria. Quando utilizziamo questo dono con l’intenzione di ferire il prossimo, commettiamo una violenza. Le parole infatti, non solo trasferiscono un’idea ma hanno anche la capacità di stimolare un tipo di reazione emotiva piuttosto che un’altra, smuovere energie che in alcuni casi possono condizionare e disturbare profondamente il nostro interlocutore. Quando comunichiamo è dunque importante fare attenzione a ciò che trasmettiamo all’altro e a come lo facciamo. In questo senso anche il tono della voce può essere indice di un nostro atteggiamento di avversione, in un linguaggio corporeo che va al di là del contenuto verbale. Ancora una volta è necessario mettere cura e consapevolezza in ciò che facciamo. Ahimsa ci invita quindi a moderare, ad aggentilire il linguaggio, sia nei toni che nei contenuti.
C’è poi la violenza emotiva: desiderare il male di qualcuno è una grande forma di violenza che equivale ad una maledizione e colpisce sia la persona che utilizza questa forma di violenza causandole agitazione e negatività, sia la persona alla quale è diretta e che potrebbe effettivamente vedere indebolito il proprio potere e diventare vulnerabile. E sentimenti negativi quali invidia, rancore, gelosia, finiscono per nuocere primariamente chi continua ad alimentarli e proiettarli all’esterno. Ahimsa ci dice di non cadere in tutto ciò perché tutto ciò appartiene all’ Ego, a quella parte mutevole e impermanente da cui  lo yogi deve disidentificarsi per entrare in contatto con la sua vera essenza.
Persino mangiare viene vista dallo yogi come una forma di violenza allorchè ci nutriamo utilizzando risorse che erano vive e anche se questo è talvolta inevitabile per la nostra sopravvivenza, è anche vero che spesso mangiamo più di quanto sia necessario per garantirci una buona salute. E’ bene perciò mangiare solo ciò che ci serve per mantenerci sani, puliti e leggeri. Molte persone nel mondo mangiano più del necessario a causa dello stress che è conseguenza dello stile di vita che conducono. Possiamo cambiare questa abitudine solo se troviamo calma e quiete all’interno di noi stessi. Anche mangiare vegetariano implica una violenza minore rispetto a cibarsi di carne, considerando che oggigiorno i metodi di allevamento degli animali sono spesso violenti e poco rispettosi delle norme. Naturalmente in quanto essere umani abbiamo la necessità di nutrirci ma possiamo farlo nel miglior modo possibile, facendo scelte appropriate e rispettose della natura e dell’ambiente.
In sintesi, Ahimsa è cura e rispetto, di noi stessi, del nostro prossimo, dell’ambiente che ci circonda. Ci spinge alla gentilezza, all’amorevolezza, all’apertura verso gli altri.


Ahimsa nell’approccio alla pratica yoga

Come tradurre quindi Ahimsa nella pratica yoga?

La 'non violenza' può essere vista in questo contesto come l'osservanza di una forma di GENTILEZZA rivolta non solo all'esterno di noi, ma anche e in primo luogo verso noi stessi, verso il nostro corpo.  Occorre infatti sottolineare l'importanza della gentilezza nell'approcciarsi ad una postura yoga di cui dovremmo innanzitutto sempre tenere presente le qualità che la rendono diversa da qualunque posizione di ginnastica o esercizio fisico. Queste qualità sono essenzialmente due: stabilità e comodità (‘sthira’ e ‘sukha’ YS II,46). Un asana dovrebbe essere mantenuto in modo stabile e comodo ovvero senza sforzo eccessivo, e per questo occorrerà, col tempo, identificare le parti del corpo che effettivamente lavorano per il mantenimento della posizione e cercare di rilassare tutte le altre. Così si risparmierà energia e l’asana potrà essere mantenuto in modo confortevole ed ottenerne i maggiori benefici.  (YS II,47 [Ciò si ottiene] con il rilassamento dello sforzo e l'immedesimazione con l'infinito) 

Nella pratica yoga Ahimsa significa quindi rispettare i nostri limiti e abbandonare il giudizio. Soprattutto verso se stessi.

A questo proposito inserisco anche un’annotazione personale. Proprio di recente il mio corpo mi ha dato la possibilità di mettere in pratica ahimsa costantemente durante la mia pratica personale. Da mesi soffro di una forma acuta di irrigidimento nella zona scapolo-acromiale della spalla sinistra (la cosiddetta sindrome da spalla congelata) per cui ho difficoltà ad extra-ruotare il braccio e ancora di più ad avvicinare le scapole tra loro.  All’inizio di questo ‘malanno’ ho passato un momento di profondo scoramento. Certe posizioni diventavano improvvisamente ostiche e dolorose, lo sono tutt’ora, e il mio atteggiamento mentale ed emotivo di rifiuto si traduceva in un irrigidimento fisico ancora più marcato. Non potevo più ‘fare’ Ustrasana ad esempio, dopo che finalmente dopo tanto mi era sembrato di riuscire a padroneggiare la posizione. Questo mi causava grande frustrazione. E imbarazzo, allorchè volendo mostrare alle mie allieve come si entrava in questo asana, dovevo per forza mostrare la mia disabilità e il mio impedimento. Ahimsa mi è venuta in soccorso. Ho colto l’occasione per sorridere della mia rigidità con le allieve e sottolineare anche a loro l’importanza dell’accettazione dei  propri limiti. Ho sottolineato l’importanza di interpretare il disagio ed il dolore come segnali inequivocabili che ci mostrano quando non è il caso di forzare una posizione, ho mostrato come una variante più soft può essere comunque efficace e come sia determinante porsi in ascolto in modo amorevole verso il proprio corpo, impegnandoci in un asana senza voler arrivare a tutti i costi alla perfetta posizione finale.  

E quindi, anche sulla mia pelle, ho imparato che l’accettazione dei propri limiti, la costanza e la gradualità della pratica yoga sono elementi imprescindibili in un cammino yogico e che spesso occorre dialogare con il proprio ego e zittirlo nel momento in cui sopravvengono pensieri del tipo ‘guarda come sono rigido’, ‘non è possibile che non riesca a piegarmi più di così’, ‘non ci riuscirò mai’.. 

Sono spesso proprio questi pensieri, questi ‘vortici’ mentali i maggiori responsabili di una disaffezione alla pratica. Lo yoga ci insegna invece ad abbandonarli in favore di un ascolto rispettoso del proprio corpo verso cui dimostrare comunque e sempre gratitudine, sia quando ci indica le nostre potenzialità, sia quando ci mostra i nostri limiti.
Con la pratica e la giusta dose di determinazione e di gentilezza sarà proprio il nostro corpo ad aprirci la strada verso posture sempre più sciolte e benefiche.


Alcuni spunti per una pratica dedicata ad Ahimsa

Volendo dedicare una pratica yoga ad Ahimsa, la si  potrebbe strutturare coinvolgendo molteplici aspetti:

- Premessa e introduzione teorica: una breve introduzione / spiegazione dello yama Ahimsa.

- L’apertura del Cuore. Lavorerei in particolare su posizioni di apertura e quindi di estensioni, per contattare e lavorare maggiormente Anahata, il 4° chakra, favorendo una disposizione d’animo ‘gentile’ e amorevole verso noi stessi ed il prossimo. 

Le parti anatomiche maggiormente coinvolte quindi tutta la parte alta del torace, ma anche le braccia, le spalle (spesso contraiamo la zona dei trapezi quando reprimiamo emozioni o siamo sotto stress). 

- Sottolineerei più volte durante la pratica l’importanza dell’ascolto del proprio corpo, nell’osservazione attenta del proprio battito cardiaco, del ritmo respiratorio, delle tensioni muscolari. A tal proposito si potrebbe chiedere di allentare la posizione (se non scioglierla) qualora si avvertisse di essere arrivati al proprio limite. Oppure di arrestarsi poco prima di raggiungerlo e rimanere in attesa per esperire ‘cosa può fare l’asana per noi’. 

- Raggiunta la staticità di un asana sarebbe importante cercare di esperire il ‘rilassamento nello sforzo’ e inviterei pertanto l’allievo a contattare e sciogliere le tensioni muscolari laddove non siano necessarie.

- In una pratica del genere potrebbe essere utile anche avvalersi di supporti, intesi a semplificare e rendere più approcciabili anche asana che ci appaiono troppo ostici o intensi.

- Pranayama. Proporrei un pranayama gentile utilizzando Padma Mudra, il mudra del Loto: portando le mani all’altezza del cuore inviterei a distanziare le dita sull’inspiro e ad unirle sull’espiro, osservando una respirazione spontanea e tranquilla.


 
- Mantra. Per concludere, a fine pratica potrebbe essere appropriato ripetere alcune volte  il seguente mantra: ‘LOKAH SAMASTAH SUKHINO BHAVANTU’ - che tutti gli esseri dell'universo possano essere felici – ed evocare e rivolgere un sentimento di profonda gratitudine verso noi stessi e il nostro corpo e verso i compagni con i quali si ha condiviso  la pratica.